Quello che ho dentro, stasera, a parole non riesco.
E' tipo una cosa così:
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sabato 17 agosto 2013
Libertango.
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giovedì 25 aprile 2013
Vipera.
Mi', che libro.
Non si può manco recensire.
E che, puoi forse recensire un commissario dagli occhi verdi che sente i morti parlare?
Puoi forse recensire la pastiera, le sfogliatelle, il caffè?
Puoi forse recensire un autore che usa le parole come le conoscesse da prima di venire al mondo?
Puoi forse recensire Napoli?
Naaaaaaaah.
Vedi napoli, e poi muori.
O, più probabilmente, ti leggi tutti gli altri romanzi di Maurizio De Giovanni.
lunedì 18 febbraio 2013
Quel suo maledetto senso del tempo.
Lui, quando era depresso, non mangiava merendine.
Forse non parlava.
Comunque, non mangiava merendine.
Lui, quando era depresso, la malinconia la usava per fare di queste cose.
Tipo: gli proponevano una storia, che so, una davvero assurda, una come andavano di moda nei vaudeville dove Lui s'ingalioffava, evidentemente, nei momenti di tristezza, con un altro paio di compari suoi che gli facevano "Senti, questa è davvero assurda: ambientata al tempo delle Crociate, ma non ci sono eroici combattimenti né languide lontananze né oh Signore dal tetto natìo, vedi, c'è questo gruppo di uomini che se n'è rimasto in Francia mentre gli altri sono andati tutti a combattere e loro che fanno? Danno l'assalto a un castello. Ma non perché sia pieno di infedeli: perché è pieno di femmine. Femmine belle e sole, con i mariti, i fratelli, i padri lontani, alle crociate. E c'è questo Conte, senti, c'è questo Conte Ory, che si porta dietro tutti i suoi cavalieri e danno l'assalto al castello vestiti nientepopodimeno che... da suore."
"Da suore?" fa Lui, risvegliandosi lievemente dal suo torpore melanconico.
"Suore, ti dico. Il Conte è innamorato della Contessa, ma c'è il paggio del Conte che è il cugino della Contessa, e ne è innamorato pure lui..:"
"Hmmmm... un ruolo en travesti..."
Ed era fatta.
Perché il segreto di Rossini è sempre stata la malinconia. Anche nei momenti più felici. Anche nel Barbiere, anche in Cenerentola. Anche nelle farse. Persino nelle farse. Quel suo maledetto senso del tempo. Il senso che a teatro devi avere per forza, perché puoi mettere in scena la più grande storia d'amore del mondo, puoi mettere in scena il passaggio del Mar Rosso, la vittoria di Guglielmo Tell, ma mentre lo fai sai benissimo che il tutto può durare un massimo di tre-quattro ore, poi, ineluttabilmente, la musica finisce. I cantanti si tolgono il trucco e tornano a casa. Gli strumenti vengono riposti nelle custodie. Il custode spegne le luci e il teatro si svuota.
E questo Lui l'ha sempre saputo e infilato in ogni sua singola, stramaledettissima nota.
Dalla sinfonia del Barbiere alla preghiera del Mosé. Dal rondò di Cenerentola alle Medaglie incomparabili. E lasciamo perdere il Preludio religioso della Petite Messe Solennelle, che è come sparare a una mosca già morta con un cannone.
E lasciamo perdere anche quest'ultima opera comica, piena di suore e castellane, in cui si brinda a una manica di poveracci ignari e lontani a combattere i Turchi e i Saraceni, fregando loro il vino, e le donne.
Se poi a cantare c'è il piccoletto bruno che l'estate scorsa si è beccato una standing ovation che non si riusciva più ad andare avanti solo per aver sceso la scala a spirale della Matilde - solo per essere sceso dalla scala, come a Sanremo, senza nemmeno aprire la bocca per cantare, una standing ovation solo per aver camminato - beh, allora, allora tutto è perfetto.
Forse non parlava.
Comunque, non mangiava merendine.
Lui, quando era depresso, la malinconia la usava per fare di queste cose.
Tipo: gli proponevano una storia, che so, una davvero assurda, una come andavano di moda nei vaudeville dove Lui s'ingalioffava, evidentemente, nei momenti di tristezza, con un altro paio di compari suoi che gli facevano "Senti, questa è davvero assurda: ambientata al tempo delle Crociate, ma non ci sono eroici combattimenti né languide lontananze né oh Signore dal tetto natìo, vedi, c'è questo gruppo di uomini che se n'è rimasto in Francia mentre gli altri sono andati tutti a combattere e loro che fanno? Danno l'assalto a un castello. Ma non perché sia pieno di infedeli: perché è pieno di femmine. Femmine belle e sole, con i mariti, i fratelli, i padri lontani, alle crociate. E c'è questo Conte, senti, c'è questo Conte Ory, che si porta dietro tutti i suoi cavalieri e danno l'assalto al castello vestiti nientepopodimeno che... da suore."
"Da suore?" fa Lui, risvegliandosi lievemente dal suo torpore melanconico.
"Suore, ti dico. Il Conte è innamorato della Contessa, ma c'è il paggio del Conte che è il cugino della Contessa, e ne è innamorato pure lui..:"
"Hmmmm... un ruolo en travesti..."
Ed era fatta.
Perché il segreto di Rossini è sempre stata la malinconia. Anche nei momenti più felici. Anche nel Barbiere, anche in Cenerentola. Anche nelle farse. Persino nelle farse. Quel suo maledetto senso del tempo. Il senso che a teatro devi avere per forza, perché puoi mettere in scena la più grande storia d'amore del mondo, puoi mettere in scena il passaggio del Mar Rosso, la vittoria di Guglielmo Tell, ma mentre lo fai sai benissimo che il tutto può durare un massimo di tre-quattro ore, poi, ineluttabilmente, la musica finisce. I cantanti si tolgono il trucco e tornano a casa. Gli strumenti vengono riposti nelle custodie. Il custode spegne le luci e il teatro si svuota.
E questo Lui l'ha sempre saputo e infilato in ogni sua singola, stramaledettissima nota.
Dalla sinfonia del Barbiere alla preghiera del Mosé. Dal rondò di Cenerentola alle Medaglie incomparabili. E lasciamo perdere il Preludio religioso della Petite Messe Solennelle, che è come sparare a una mosca già morta con un cannone.
E lasciamo perdere anche quest'ultima opera comica, piena di suore e castellane, in cui si brinda a una manica di poveracci ignari e lontani a combattere i Turchi e i Saraceni, fregando loro il vino, e le donne.
Se poi a cantare c'è il piccoletto bruno che l'estate scorsa si è beccato una standing ovation che non si riusciva più ad andare avanti solo per aver sceso la scala a spirale della Matilde - solo per essere sceso dalla scala, come a Sanremo, senza nemmeno aprire la bocca per cantare, una standing ovation solo per aver camminato - beh, allora, allora tutto è perfetto.
lunedì 21 gennaio 2013
Nessuna fatica.
nessuna fatica
gli oggetti che restano immobili
al loro posto
il resto del mondo che scorre
mentre loro lo osservano
nessuna fatica
gli oggetti che restano immobili
al loro posto
il resto del mondo che scorre
mentre loro lo osservano
nessuna fatica
domenica 16 dicembre 2012
La ballata del figlio di Jimmy.
Nella caverna tappezzata di libri c'era un uomo, che a me ha sempre dato l'idea di un grosso gatto acciambellato sulla poltrona più comoda del salotto, a notare ogni minima cosa senza dare l'impressione di notare nulla, da sotto le ciglia, attraverso gli occhiali.
I gatti in effetti non hanno le ciglia e non portano occhiali, ma lui sì.
Era seduto su una sedia con un'altra sedia vuota a fianco, con un libro appoggiato sopra. Aveva una delle sue sciarpe da beau con un motivo grandi fiori, e ci guardava.
Guardava di sottecchi la caverna tappezzata di libri che andava riempiendosi di altre persone, alcune delle quali assomigliavano pure loro a dei gatti, altre no.
C'era Margherita col viso tondo da gatta amante del camino, Giovanna con le vibrisse tese a cogliere ogni minimo movimento, poi è arrivato Roberto, con il suo solito passo come di gatto che zampetta sul colmo del tetto, strusciandosi ai camini.
C'erano Simone, Chiara, Gabriella, Anna, Lucia, Francesco, Paolo, Rosaria, Pierpaolo, Giovanni e molte altre persone, con i cappotti lunghi e i berretti e i guanti, qualcuno se li è tolti, qualcuno no, e per un'ora siamo rimasti tutti lì, sulle sedie o sulla scala, a parlare del libro scritto dal gatto acciambellato sulla sedia, a chiederci se sia possibile conciliare poesia e narrativa, se un romanzo possa essere scritto in lingua poetica, se la musicalità sia un pregio o un incidente di scrittura.
In tutto questo, dell'autore io vedevo solo un piede, un piede libero, quello della gamba incrociata, un piede che si muoveva a tempo e senza accorgersene scandiva con la punta dondolante il ritmo musicale delle nostre discussioni.
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