Mamma, cos'è questa canzone bizzarra?
Amore, non è bizzarra. Bizzarra in che senso?
Ma non l'hai inventata tu?
Ma ti pare.
Allora da dove viene?
Dalla fine degli anni '60, amore, dalla tivù in bianco e nero. La cantava un signore con una bellissima voce un po' all'antica che si chiama Mario Tessuto. Pensa che lo zio Ing. quando era ragazzo aveva un duo musicale col suo migliore amico e si chiamavano "I Fratelli Tessuto."
Allora non l'hai inventata tu.
No. Però mi piace, e la canto. C'è un video molto bello della tivù in bianco e nero in cui lui entra in scena presentato da Johnny Dorelli...
Johnny CHI?!
Lascia stare. Comunque, Mario Tessuto entra in scena e si vede che è emozionato e teso, e nella ripresa poi si vede il momento esatto in cui gli arriva il primo applauso dal pubblico e lui sorride, perché capisce che è andata.
Capisce cosa?
Senti, quando siamo a casa te lo faccio vedere.
Ok.
(notare la cravatta a polka dots e il direttore che tiene il tempo con la gamba)
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mercoledì 14 agosto 2013
Lisa dagli occhi boh.
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giovedì 25 aprile 2013
Vipera.
Mi', che libro.
Non si può manco recensire.
E che, puoi forse recensire un commissario dagli occhi verdi che sente i morti parlare?
Puoi forse recensire la pastiera, le sfogliatelle, il caffè?
Puoi forse recensire un autore che usa le parole come le conoscesse da prima di venire al mondo?
Puoi forse recensire Napoli?
Naaaaaaaah.
Vedi napoli, e poi muori.
O, più probabilmente, ti leggi tutti gli altri romanzi di Maurizio De Giovanni.
martedì 29 gennaio 2013
Cittadine.
- Ma dài, davvero anche tua figlia va alla materna Coda Verde?
- Sì! Anche tuo figlio?
- Il piccolo. Ma la tua è scoiattolo, gatto o panda?
- Gatto, e il tuo?
- Panda, il prossimo anno va in prima.
- Oh, che bello... oggi quando la vado a prendere le chiedo se lo conosce... in effetti mi parla spesso di un Guanciabella, magari è il tuo.
- Chiedile se quello che conosce ha gli occhiali verdi
- Che carino! Ma ieri non sei venuta alla riunione?
- No, sono bloccata a casa con tutti e due con la febbre, stamattina sono venuta al lavoro perché è rimasto il padre...
- Ah, non mi dire niente, la mia compie gli anni tra qualche giorno e di solito per il compleanno sta sempre male...
- Il mio ha fatto la festa di compleanno ieri l'altro, per fortuna, appena in tempo!
- La mia compie cinque anni, mi hanno chiesto se la voglio mandare in prima come anticipataria ma io ho detto di no, perché secondo me un altro anno per giocare e maturare è fondamentale...
- Assolutamente d'accordo, anceh il mio doveva anticipare ma ho detto di no, figurati, io sono andata a scuola a cinque anni appena compiuti e ancora...
- Mamikazen... ehm... mi spiace disturbarti, ma ricordati che c'è un'altra cittadinanza tra dieci minuti...
- Oddio, scusa, dove eravamo rimasti? Ah, ecco. Gabriela, devi pronunciare queste parole: "Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato."
- "Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato."
- Complimenti per l'italiano perfetto, senza alcun accento...
- Grazie, ma sono quindici anni che vivo in Italia, per me è casa mia.
- Allora, Gabriela, da domani sei cittadina italiana. Appena trascritto il tuo atto di nascita ti manderò una lettera a casa. Tua figlia che è nata qui e va alla materna con Guanciabella diventa italiana anche lei da domani, potrai farle i documenti appena ci arriva l'attestazione del Sindaco. Congratulazioni. Ci vediamo a scuola...
- Grazie, è stato molto bello. Ci vediamo dopo. Ah, senti, per votare come faccio? Se ritorno senza tessera elettorale mio padre riparte con la predica del diritto-dovere...
A volte lavorare allo Stato Civile è davvero fantastico.
- Sì! Anche tuo figlio?
- Il piccolo. Ma la tua è scoiattolo, gatto o panda?
- Gatto, e il tuo?
- Panda, il prossimo anno va in prima.
- Oh, che bello... oggi quando la vado a prendere le chiedo se lo conosce... in effetti mi parla spesso di un Guanciabella, magari è il tuo.
- Chiedile se quello che conosce ha gli occhiali verdi
- Che carino! Ma ieri non sei venuta alla riunione?
- No, sono bloccata a casa con tutti e due con la febbre, stamattina sono venuta al lavoro perché è rimasto il padre...
- Ah, non mi dire niente, la mia compie gli anni tra qualche giorno e di solito per il compleanno sta sempre male...
- Il mio ha fatto la festa di compleanno ieri l'altro, per fortuna, appena in tempo!
- La mia compie cinque anni, mi hanno chiesto se la voglio mandare in prima come anticipataria ma io ho detto di no, perché secondo me un altro anno per giocare e maturare è fondamentale...
- Assolutamente d'accordo, anceh il mio doveva anticipare ma ho detto di no, figurati, io sono andata a scuola a cinque anni appena compiuti e ancora...
- Mamikazen... ehm... mi spiace disturbarti, ma ricordati che c'è un'altra cittadinanza tra dieci minuti...
- Oddio, scusa, dove eravamo rimasti? Ah, ecco. Gabriela, devi pronunciare queste parole: "Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato."
- "Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato."
- Complimenti per l'italiano perfetto, senza alcun accento...
- Grazie, ma sono quindici anni che vivo in Italia, per me è casa mia.
- Allora, Gabriela, da domani sei cittadina italiana. Appena trascritto il tuo atto di nascita ti manderò una lettera a casa. Tua figlia che è nata qui e va alla materna con Guanciabella diventa italiana anche lei da domani, potrai farle i documenti appena ci arriva l'attestazione del Sindaco. Congratulazioni. Ci vediamo a scuola...
- Grazie, è stato molto bello. Ci vediamo dopo. Ah, senti, per votare come faccio? Se ritorno senza tessera elettorale mio padre riparte con la predica del diritto-dovere...
A volte lavorare allo Stato Civile è davvero fantastico.
lunedì 21 gennaio 2013
Nessuna fatica.
nessuna fatica
gli oggetti che restano immobili
al loro posto
il resto del mondo che scorre
mentre loro lo osservano
nessuna fatica
gli oggetti che restano immobili
al loro posto
il resto del mondo che scorre
mentre loro lo osservano
nessuna fatica
sabato 12 gennaio 2013
A Dungeon, without any dragon.
E' un negozietto incastrato alla base di un vecchio, tozzo palazzo anni '60, incistato nel centro storico.
Le vetrine sono un po' sporche, e sempre appannate. Sulle rastrelliere si allineano schiere infinite di cavalieri, mostri, draghi e creature strane, il tutto in miniatura, accanto a barattolini di colore e pennelli da modellismo. La porta a vetri è ricoperta di adesivi il più grande dei quali raffigura una bellissima ragazza che indossa una succinta mise da guerriera medievale.
Quando ci entro mi sento come un pappagallo brasiliano caduto per sbaglio in mezzo a una colonia di pinguini. Intorno ai tavolini ricoperti di stoffa siedono grappoli di ragazzi tra i dodici e i vent'anni, intenti a giocare a Magic o Yu-gi-oh o a parlare di World of Warcraft, così intenti che quasi non si accorgono della femmina di una specie sconosciuta che si è introdotta nel loro habitat. Mentre cammino in punta di piedi cercando di evitare i caschi, le sedie e le gambe lunghe chilometri di questi strani fenicotteri con gli occhiali, mi sento come catapultata in un episodio di Big Bang Theory.
Ma RodolfoValentino, pur essendo il più piccolo dei giocatori, ormai non si perde un torneo di Yu-gi oh, e trascorre buona parte del sabato pomeriggio perfettamente integrato in questa stana colonia semistanziale. Appena varca la soglia magica stacca ogni contatto col mondo-di-fuori, e persino le comunicazioni più essenziali sussurrate dalla madre ansiosa che cerca ansiosamente di diventare trasparente e scomparire al più presto ("lì c'è la merenda con l'acqua" - "ricordati di fare pipì, se ti scappa" - "se vuoi tornare prima, chiedi un cellulare in prestito e chiamami") vengono completamente ignorate.
RodolfoValentino perde sempre, "ma mi sono divertito moltissimo, mamma. Pensa che c'era un adulto col deck Egizio che ha attivato Custode di Tombe e mi ha tolto quattromilasettecento punti. Ma ti rendi conto? il deck Egizio! Sai, mamma? Oggi ho conosciuto un bambino più piccolo di me, avrà cinque o sei anni al massimo, si chiama Carlo, non viene per fare le sfide ma solo per guardare, allora quando il torneo è finito gli ho chiesto se voleva giocare con me, abbiamo fatto una sfida e io ho cominciato a insegnargli come si gioca. Gli ho promesso che se torna gli do delle altre lezioni, così impara anche lui a giocare bene."
Invece io oggi mentre lo aspettavo seminascosta sulla scala coperta di moquette che porta al seminterrato pieno di tavoli da picnic dove l'eterogenea colonia di nerds si sfida a duelli di strategia e, a suo modo, socializza, ho conosciuto un papà sudamericano, a sua volta in attesa sulla scala, esperto di scacchi, che conosceva tutti i vecchi compagni scacchisti di mio padre e abbiamo parlato della sublime arte degli scacchi e del silenzio dei tornei rotto soltanto dai secchi "tack" dei pulsanti dei cronometri.
Ecco, mi piace da morire quando trovo un sacco di umanità nei posti defilati e non comuni.
Quello che mi preoccupa è che RodolfoValentino somiglia sempre più a Sheldon. Oh, grande Giove!
Le vetrine sono un po' sporche, e sempre appannate. Sulle rastrelliere si allineano schiere infinite di cavalieri, mostri, draghi e creature strane, il tutto in miniatura, accanto a barattolini di colore e pennelli da modellismo. La porta a vetri è ricoperta di adesivi il più grande dei quali raffigura una bellissima ragazza che indossa una succinta mise da guerriera medievale.
Quando ci entro mi sento come un pappagallo brasiliano caduto per sbaglio in mezzo a una colonia di pinguini. Intorno ai tavolini ricoperti di stoffa siedono grappoli di ragazzi tra i dodici e i vent'anni, intenti a giocare a Magic o Yu-gi-oh o a parlare di World of Warcraft, così intenti che quasi non si accorgono della femmina di una specie sconosciuta che si è introdotta nel loro habitat. Mentre cammino in punta di piedi cercando di evitare i caschi, le sedie e le gambe lunghe chilometri di questi strani fenicotteri con gli occhiali, mi sento come catapultata in un episodio di Big Bang Theory.
Ma RodolfoValentino, pur essendo il più piccolo dei giocatori, ormai non si perde un torneo di Yu-gi oh, e trascorre buona parte del sabato pomeriggio perfettamente integrato in questa stana colonia semistanziale. Appena varca la soglia magica stacca ogni contatto col mondo-di-fuori, e persino le comunicazioni più essenziali sussurrate dalla madre ansiosa che cerca ansiosamente di diventare trasparente e scomparire al più presto ("lì c'è la merenda con l'acqua" - "ricordati di fare pipì, se ti scappa" - "se vuoi tornare prima, chiedi un cellulare in prestito e chiamami") vengono completamente ignorate.
RodolfoValentino perde sempre, "ma mi sono divertito moltissimo, mamma. Pensa che c'era un adulto col deck Egizio che ha attivato Custode di Tombe e mi ha tolto quattromilasettecento punti. Ma ti rendi conto? il deck Egizio! Sai, mamma? Oggi ho conosciuto un bambino più piccolo di me, avrà cinque o sei anni al massimo, si chiama Carlo, non viene per fare le sfide ma solo per guardare, allora quando il torneo è finito gli ho chiesto se voleva giocare con me, abbiamo fatto una sfida e io ho cominciato a insegnargli come si gioca. Gli ho promesso che se torna gli do delle altre lezioni, così impara anche lui a giocare bene."
Invece io oggi mentre lo aspettavo seminascosta sulla scala coperta di moquette che porta al seminterrato pieno di tavoli da picnic dove l'eterogenea colonia di nerds si sfida a duelli di strategia e, a suo modo, socializza, ho conosciuto un papà sudamericano, a sua volta in attesa sulla scala, esperto di scacchi, che conosceva tutti i vecchi compagni scacchisti di mio padre e abbiamo parlato della sublime arte degli scacchi e del silenzio dei tornei rotto soltanto dai secchi "tack" dei pulsanti dei cronometri.
Ecco, mi piace da morire quando trovo un sacco di umanità nei posti defilati e non comuni.
Quello che mi preoccupa è che RodolfoValentino somiglia sempre più a Sheldon. Oh, grande Giove!
sabato 5 gennaio 2013
Dèi, e stelle nere.
Insomma, una sana botta di culo ogni tanto càpita.
Ho perso al grattaevinci e ho giurato di non comprarne più. Alla tombola i colleghi coristi hanno portato a casa tre prosciutti interi, una lonza, un salame, una treccia di salsicce e una bottiglia di vino rosso, e io niente.
Fortunata in amore?
Mah.
Diciamo però fortunata coi LIBRI.
Perché in questa settimana di vancanza, in cui avevo fatto il sacrosanto proposito di non fare un beneamato cazzo e leggere i libri che avevo sul comodino, gli dèi di Gotham mi sono stati propizi e ho scoperto due romanzi gialli strepitosi.
Cioè, non è che fossero proprio sul mio comodino.
Ci sono arrivati dopo, ecco. Dopo che avevo fatto un paio di giri in liberia e trovandomi un paio di venti euro in tasca ed essendomi virtuosamente già dedicata a un paio di biografie di musicisti che erano andate ad alimentare la pericolosa pila pencolante in cima al suddetto comodino, ecco, dopo tutto questo mi sono imbattuta in loro.
Due gialli. Due scrittrici. Due ritratti di New York, che è una di quelle città dove non ho mai messo piede ma dove penso mi sentirei come a casa mia, come quella volta a sedici anni che sono capitata a Londra per la prima volta e ho mollato il gruppo per andarmene a zonzo da sola e fare foto a Baker Street, e gli altri mi chiedevano "ma non hai paura?", e io "no", e loro "perché?", e io ho glissato perché non avevo voglia di mettermi a raccontare di Agatha Christie, di Sir Arthur Conan Doyle o Phyllis Dorothy James o Anne Perry eccetera eccetera, e di come arrivando con l'aereo fossi stata invasa dalla sconcertante sensazione di stare tornando a casa.
Ecco, può darsi che a New York, è possibile, e probabilmente comunque non avrò mai modo di verificarlo, può darsi che mi capiterebbe la stessa cosa.
Voglio dire Ed Mc Bain, Woody Allen, Fame, per dire i primi riferimenti che mi vengono in mente. Caleb Carr. Ecco, era dai tempi di Carr che non mi capitava una fortuna simile.
Libba Bray ha ambientato il suo romanzo "La stella nera di New York" nella New York degli anni '20, dei jazz club, del proibizionismo, delle sedute spiritiche. Non che io vada pazza per lo spiritismo, che Conan Doyle mi perdoni; in genere trovo che una bella storia gialla debba reggersi da sé sulle schifezze immonde che si celano nell'animo umano e sulle bassezze che è in grado di raggiungere da solo, senza l'intervento soprannaturale di fantasmi o spiriti. Ma il giallo di Libba maneggia la materia ESP (uffa, va bene, qualche libro sull'occulto l'ho letto, la mia storia preferita in effetti è quella del bobby londinese che di notte va a ispezionare gli scavi della metro e vede... ok, ok. Ve la racconto un'altra volta) con grazia e soprattutto con ferrei agganci alle credenze, agli usi e alle mode dell'epoca, aggiungendo di suo dei notevoli tocchi poetici. La tensione non cala mai, il libro si divora e soprattutto la signora Bray scrive-da-dea.
Quanto a Lyndsay Faye e al suo "Il dio di Gotham", diciamo che una sbronza così non me la pigliavo dai tempi in cui scovai una raccolta mondadori di Anne Perry (che già di suo biograficamente è un giallo classico vivente, visto che quando era ragazzina ha commesso un... vabbé, magari anche questa ve la racconto un'altra volta) e m'innamorai pazzamente dell'ispettore Thomas Pitt e dei suoi straordinari cadaveri vittoriani.
Per fortuna l'autrice assicura che l'agente Timothy Wilde tornerà ad investigare ancora nella variopinta, indimenticabile New York di metà '800 in cui, tra centinaia di migliaia di immigrati che portano da tutto il mondo i loro costumi, odori e sapori - e, grazie al cielo, delitti - indaga il primo corpo di polizia regolare, le "stelle di rame", sulla strada sedici ore al giorno e, vi giuro, son strade stracolme di storie. Tutte affascinanti e raccontate benissimo perché anche Lyndsay Faye, porcaccia miseria, scrive-da-dea.
Ed evidentemente e giustamente lode e gloria alla traduttrice Donatella Rizzati per "La stella nera di New York" e al traduttore - cielo, un uomo che scrive bene quanto una donna. Quale scandalo! - Norman Gobetti per "Il dio di Gotham". Comunque ho ordinato il primo libro di Lyndsay Faye in lingua originale, spero che se la cavi bene anche senza l'aiuto di Norman.
Se vi piacciono i gialli, se vi piace New York, se vi piacciono i romanzi scritti come dio comanda, buona lettura.
p.s.: fondamentale, dimenticavo, io i libri li giudico dalla copertina. Ditemi se non è bellissima la copertina de "Il dio di Gotham". Ho capito subito che c'era del buono, sotto. La copertina della stella nera invece lì per lì non mi convinceva, troppo patinata, troppo advertisement, troppo entertainment, come direbbe la giapponesina che tortura Tognazzi nella pubblicità dell'aceto. Però oh, il bello a volte è anche andare oltre la copertina, non lo nego. Ma senza questa copertina, per dirne una, non mi sarei mai filata "A volte ritorno", mio libro cult dell'estate scorsa e in assoluto uno dei più esilaranti che abbia mai letto dai tempi del Birraio di Preston.
Ah, e, se ve lo state chiedendo, l'ibs NON mi paga per i link, è che ci avevo appena preso un libro e ho deciso di fare una cosa uniforme.
mercoledì 2 gennaio 2013
Il punto di vista di Guanciabella.
Mia mamma mi ha detto: saresti disposto a prestare il tuo letto per due notti a Trantor?
Ma io dove dormo? Le ho chiesto.
Nel lettone con me e il babbo, mi ha risposto. E io le ho detto sì, va bene, le ho detto che Trantor poteva dormire nel mio letto. Poi l'ho vista arrivare.
Era tutta vestita di bianco e sembrava una principessa delle favole. Però poi siamo andati al ristorante e lei non mangia come le principesse dei libri. Così ho deciso che era una tipa a posto e mi sono seduto in braccio a lei e le ho fatto un sacco di disegni sulla tovaglia, e lei chiacchierava con me come si fa tra grandi e questa è una cosa che a me piace molto.
Poi però lei e la mamma se ne sono andate a fare cose di coro e io ho dovuto mollare la presa. Ma la mattina dopo la mamma era al lavoro e io sono rimasto parecchio sulle ginocchia di Trantor a scegliere la foto del concerto da mandare ai giornali. Poi le ho fatto vedere i miei puzzle, i miei pupazzi, i disegni, le carte di yu-gi-oh e dei pokemon. Il pomeriggio siamo andati a fare un giro e io ho tenuto la mano a Trantor tutto il tempo. La sera abbiamo mangiato tutti assieme e c'era il formaggio che ci ha portato Trantor.
La mattina dopo, quando mi sono svegliato, Trantor era andata via.
Però mi ha promesso che ci vediamo presto.
Ma io dove dormo? Le ho chiesto.
Nel lettone con me e il babbo, mi ha risposto. E io le ho detto sì, va bene, le ho detto che Trantor poteva dormire nel mio letto. Poi l'ho vista arrivare.
Era tutta vestita di bianco e sembrava una principessa delle favole. Però poi siamo andati al ristorante e lei non mangia come le principesse dei libri. Così ho deciso che era una tipa a posto e mi sono seduto in braccio a lei e le ho fatto un sacco di disegni sulla tovaglia, e lei chiacchierava con me come si fa tra grandi e questa è una cosa che a me piace molto.
Poi però lei e la mamma se ne sono andate a fare cose di coro e io ho dovuto mollare la presa. Ma la mattina dopo la mamma era al lavoro e io sono rimasto parecchio sulle ginocchia di Trantor a scegliere la foto del concerto da mandare ai giornali. Poi le ho fatto vedere i miei puzzle, i miei pupazzi, i disegni, le carte di yu-gi-oh e dei pokemon. Il pomeriggio siamo andati a fare un giro e io ho tenuto la mano a Trantor tutto il tempo. La sera abbiamo mangiato tutti assieme e c'era il formaggio che ci ha portato Trantor.
La mattina dopo, quando mi sono svegliato, Trantor era andata via.
Però mi ha promesso che ci vediamo presto.
giovedì 20 dicembre 2012
Magie da asporto.
Una stradina ripida incastonata tra un palazzo antico, il Conservatorio, e la facciata di una chiesa.
E' quasi sera, le pietre scure della strada e dei muri sono appena rischiarate da un lampione lontano.
Una coppia di anziani si tiene a braccetto, immobile, sui gradini della chiesa. Hanno i visi rivolti in su.
Mentre cammino verso casa tentando di non scivolare con le borse della spesa sulle pietre umide li guardo e per un momento mi fermo anch'io, mesmerizzata.
Perché dalle finestre del Conservatorio, suonato da una piccola orchestra di fiati, sulla strada ricade questo.
E' quasi sera, le pietre scure della strada e dei muri sono appena rischiarate da un lampione lontano.
Una coppia di anziani si tiene a braccetto, immobile, sui gradini della chiesa. Hanno i visi rivolti in su.
Mentre cammino verso casa tentando di non scivolare con le borse della spesa sulle pietre umide li guardo e per un momento mi fermo anch'io, mesmerizzata.
Perché dalle finestre del Conservatorio, suonato da una piccola orchestra di fiati, sulla strada ricade questo.
lunedì 17 dicembre 2012
La cena è pronta.
"Alla cena della vigilia non c'è zia France."
"Porc... toccherà a me fare il secondo... vabbè, pizza."
"Però c'è zio Michibus."
"Orpo, sicuro?"
"Sicuro."
"Non è al Met?... al Covent?"
"Nah."
"San Carlo?"
"Già fatto..."
"Porc... toccherà a me fare il secondo... vabbè, pizza."
"Però c'è zio Michibus."
"Orpo, sicuro?"
"Sicuro."
"Non è al Met?... al Covent?"
"Nah."
"San Carlo?"
"Già fatto..."
domenica 16 dicembre 2012
La ballata del figlio di Jimmy.
Nella caverna tappezzata di libri c'era un uomo, che a me ha sempre dato l'idea di un grosso gatto acciambellato sulla poltrona più comoda del salotto, a notare ogni minima cosa senza dare l'impressione di notare nulla, da sotto le ciglia, attraverso gli occhiali.
I gatti in effetti non hanno le ciglia e non portano occhiali, ma lui sì.
Era seduto su una sedia con un'altra sedia vuota a fianco, con un libro appoggiato sopra. Aveva una delle sue sciarpe da beau con un motivo grandi fiori, e ci guardava.
Guardava di sottecchi la caverna tappezzata di libri che andava riempiendosi di altre persone, alcune delle quali assomigliavano pure loro a dei gatti, altre no.
C'era Margherita col viso tondo da gatta amante del camino, Giovanna con le vibrisse tese a cogliere ogni minimo movimento, poi è arrivato Roberto, con il suo solito passo come di gatto che zampetta sul colmo del tetto, strusciandosi ai camini.
C'erano Simone, Chiara, Gabriella, Anna, Lucia, Francesco, Paolo, Rosaria, Pierpaolo, Giovanni e molte altre persone, con i cappotti lunghi e i berretti e i guanti, qualcuno se li è tolti, qualcuno no, e per un'ora siamo rimasti tutti lì, sulle sedie o sulla scala, a parlare del libro scritto dal gatto acciambellato sulla sedia, a chiederci se sia possibile conciliare poesia e narrativa, se un romanzo possa essere scritto in lingua poetica, se la musicalità sia un pregio o un incidente di scrittura.
In tutto questo, dell'autore io vedevo solo un piede, un piede libero, quello della gamba incrociata, un piede che si muoveva a tempo e senza accorgersene scandiva con la punta dondolante il ritmo musicale delle nostre discussioni.
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mercoledì 21 novembre 2012
A.A.A. cinque anni, usato come nuovo, vendesi.
"Mamma, ma io quanto costo?"
"Eh?"
"Quanto costo, io?"
"In che senso?"
"Un euro?"
"Ma perché me lo chiedi?"
"Me l'ha chiesto la Sofia."
"E chi è?"
"Una mia amica della scuola materna. Vuole sapere quanto costo."
"Ma perché?!"
"Perché mi vuole comprare per portarmi a casa sua. Allora, cosa le devo dire? Quanto costo? Un euro, cinque euro?"
"Eh?"
"Quanto costo, io?"
"In che senso?"
"Un euro?"
"Ma perché me lo chiedi?"
"Me l'ha chiesto la Sofia."
"E chi è?"
"Una mia amica della scuola materna. Vuole sapere quanto costo."
"Ma perché?!"
"Perché mi vuole comprare per portarmi a casa sua. Allora, cosa le devo dire? Quanto costo? Un euro, cinque euro?"
sabato 11 agosto 2012
silenzio. c'è il biondino in buca.
silenzio.
parla rossini.
e quest'anno, in buca, c'è il biondino che balla.
felice ascolto.
parla rossini.
e quest'anno, in buca, c'è il biondino che balla.
felice ascolto.
domenica 1 luglio 2012
vecchi amici.
si sono ritrovati tutti stasera in un piccolo parco per ricordare un amico che se n'è andato un anno fa.
nel primo gruppo c'era il mio farmacista alla chitarra elettrica, in canottiera, che suonava smoke on the water così bene che i miei figli sono saltati in piedi e si sono messi a ballare. non so se avrò più il coraggio di chiedergli del paracetamolo.
poi ha cantato un ragazzino, il figlio del batterista-cantante-presentatore storico, che ha una voce meravigliosa e balla pure benissimo. insomma, qualcosa di questi ragazzi a qualcuno è passato.
poi ha suonato la chitarra il marito della ragazza che quando ero piccola mi dava ripetizioni di arpa. ha suonato e cantato una ballata irlandese e una scozzese, e ha raccontato di quando nel 1974 erano venuti a suonare i traffic nella nostra città e alcuni dei ragazzi che oggi suonavano nel cortile avevano fatto una jam session con steve winwood, e al concerto avevano suonato john barleycorn, e poi l'ha suonata lui con la sua bellissima voce di basso e con l'amica g., dalla lunga treccia nera, che gli faceva il controcanto alto.
poi è arrivato uno in frac che ha detto se per favore potevano interrompere per mezz'ora, perché il piccolo parco confina con l'auditorium del conservatorio dove si stava suonando mozart.
poi sono saliti sul palco tre ragazzi con la chitarra. uno di questi, classe 1956, era alto e magro con una camicia azzurra e le mani sottili e si muoveva lento, come un fenicottero nel sole. quando è salito sul palco e ha salutato il pubblico, mio figlio piccolo ha detto "ma quello è lo zio p., quello che viene a pranzo dalla nonna terri!". lo zio p. si è seduto e ha cominciato a suonare e cantare una canzone dei beatles che da quando sono nata gli ho sentito suonare almeno un miliardo di volte. l'hanno cantata stonata, l'hanno cantata strascicata, l'hanno cantata benissimo, divertendosi e scambiandosi le stesse occhiate che si scambiano da oltre trent'anni, emozionandosi nello stesso modo idiota di quando erano giovani.
chissà se il direttore del conservatorio, che giustamente si sarà risentito del fatto che sia stato organizzato un concerto rock a un metro dall'auditorium la sera dei saggi, avrà riconosciuto le voci di quei ragazzi con cui qualche volta ha suonato anche lui, molti, molti anni fa.
chissà se carlo da dov'è adesso li ha ascoltati.
c'erano i figli che facevano le foto, le mogli che rassettavano le camicie, gli amici storici in prima fila ad applaudire. c'erano un sacco di stelle e la giusta quantità di birra, c'era un generatore che ruggiva mentre nel buio ci siedevamo tra gli oleandri e c'era come sempre lei, l'amata, la musica, che si concede serafica e gentile a chi la corteggia con pazienza in smocking dentro un auditorium e a chi le fischia dietro, con ammirazione, facendo strillare una chitarra.
nel primo gruppo c'era il mio farmacista alla chitarra elettrica, in canottiera, che suonava smoke on the water così bene che i miei figli sono saltati in piedi e si sono messi a ballare. non so se avrò più il coraggio di chiedergli del paracetamolo.
poi ha cantato un ragazzino, il figlio del batterista-cantante-presentatore storico, che ha una voce meravigliosa e balla pure benissimo. insomma, qualcosa di questi ragazzi a qualcuno è passato.
poi ha suonato la chitarra il marito della ragazza che quando ero piccola mi dava ripetizioni di arpa. ha suonato e cantato una ballata irlandese e una scozzese, e ha raccontato di quando nel 1974 erano venuti a suonare i traffic nella nostra città e alcuni dei ragazzi che oggi suonavano nel cortile avevano fatto una jam session con steve winwood, e al concerto avevano suonato john barleycorn, e poi l'ha suonata lui con la sua bellissima voce di basso e con l'amica g., dalla lunga treccia nera, che gli faceva il controcanto alto.
poi è arrivato uno in frac che ha detto se per favore potevano interrompere per mezz'ora, perché il piccolo parco confina con l'auditorium del conservatorio dove si stava suonando mozart.
poi sono saliti sul palco tre ragazzi con la chitarra. uno di questi, classe 1956, era alto e magro con una camicia azzurra e le mani sottili e si muoveva lento, come un fenicottero nel sole. quando è salito sul palco e ha salutato il pubblico, mio figlio piccolo ha detto "ma quello è lo zio p., quello che viene a pranzo dalla nonna terri!". lo zio p. si è seduto e ha cominciato a suonare e cantare una canzone dei beatles che da quando sono nata gli ho sentito suonare almeno un miliardo di volte. l'hanno cantata stonata, l'hanno cantata strascicata, l'hanno cantata benissimo, divertendosi e scambiandosi le stesse occhiate che si scambiano da oltre trent'anni, emozionandosi nello stesso modo idiota di quando erano giovani.
chissà se il direttore del conservatorio, che giustamente si sarà risentito del fatto che sia stato organizzato un concerto rock a un metro dall'auditorium la sera dei saggi, avrà riconosciuto le voci di quei ragazzi con cui qualche volta ha suonato anche lui, molti, molti anni fa.
chissà se carlo da dov'è adesso li ha ascoltati.
c'erano i figli che facevano le foto, le mogli che rassettavano le camicie, gli amici storici in prima fila ad applaudire. c'erano un sacco di stelle e la giusta quantità di birra, c'era un generatore che ruggiva mentre nel buio ci siedevamo tra gli oleandri e c'era come sempre lei, l'amata, la musica, che si concede serafica e gentile a chi la corteggia con pazienza in smocking dentro un auditorium e a chi le fischia dietro, con ammirazione, facendo strillare una chitarra.
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giovedì 31 maggio 2012
love is in the air.
- mamma, oggi ho fatto colpo sull'aya.
- aya? la tua compagna di classe dai tempi della materna? quella aya che è un genio a scuola? quella che sembra una principessa disney, coi capelli neri lunghi fino ai polpacci e gli occhi di carbone con le ciglia da farfalla?
- esatto.
- ma come diamine hai fatto a fare colpo su di lei?
- ah, io non ho fatto niente.
- allora come fai a sapere che hai fatto colpo? te l'ha detto?
- no, non me l'ha detto. cioè, non l'ha detto a me: l'ha detto a tutta la classe.
- COSA? ma che ha detto?
- ha detto "ti amo, rodolfovalentino".
- ha detto "ti amo, rodolfovalentino" davanti a ventuno bambini e bambine di otto anni?
- sì. ma metà classe non stava a sentire.
- la metà maschile, immagino.
- esatto. e la metà femminile ha sentito, ma non ha commentato.
- commentato? perché avrebbero dovuto commentare?
- beh, ad esempio si poteva mettere la cosa ai voti.
- aya? la tua compagna di classe dai tempi della materna? quella aya che è un genio a scuola? quella che sembra una principessa disney, coi capelli neri lunghi fino ai polpacci e gli occhi di carbone con le ciglia da farfalla?
- esatto.
- ma come diamine hai fatto a fare colpo su di lei?
- ah, io non ho fatto niente.
- allora come fai a sapere che hai fatto colpo? te l'ha detto?
- no, non me l'ha detto. cioè, non l'ha detto a me: l'ha detto a tutta la classe.
- COSA? ma che ha detto?
- ha detto "ti amo, rodolfovalentino".
- ha detto "ti amo, rodolfovalentino" davanti a ventuno bambini e bambine di otto anni?
- sì. ma metà classe non stava a sentire.
- la metà maschile, immagino.
- esatto. e la metà femminile ha sentito, ma non ha commentato.
- commentato? perché avrebbero dovuto commentare?
- beh, ad esempio si poteva mettere la cosa ai voti.
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