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domenica 13 ottobre 2013
Pedali
ci sono giorni in cui ogni cosa gira
all'indietro, come le ruote delle automobili
nei vecchi film.
pedali, pedali e non fai mai gol,
mi prende in giro
un amico.
allora io vado
in bicicletta.
pedalo, pedalo
lungo la pista
che corre
tra le rotaie e il mare
dove ci sono i fiori gialli
nella sabbia
gli alberi delle barche
che tintinnano
a riva
i capanni chiusi
gente che cammina
i gabbiani
il vento.
pedalo, pedalo
e non faccio gol.
pedalo, e basta.
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l'imprevisto,
mare,
mi diverto da morire con le cose più strane,
musica,
nostalgia
domenica 6 ottobre 2013
piove.
sabato mattina.
come apro la finestra, piove.
piove di una pioggia umida e grigia, piove d'autunno, di castagne matte e cieli bianchi lucidi, piove di ombre e intonaci umidi e pozzanghere e gatti rintanati. piove di ombrelloni chiusi e messi via per l'inverno, piove di sabbia bagnata e scura, di capanni sbarrati con le tavole di legno. piove di alberghi chiusi, di pensionati tristi e pantaloni lunghi. piove di asfalto lucido, piove di colline lontane nella bruma, piove di gabbiani in larghi giri sui pescherecci. piove di ricordi caldi, che non se ne vogliono andare.
sotto al vestitino rosso che ho messo perché devo celebrare un matrimonio, sopra le calze velate indosso un paio di calzettoni blù e gli stivali di gomma lilla. le decoltè rosse le metto in una busta, per dopo. so che questo indossare cose colorate non convenzionali mi costerà un certo prezzo, ma non ho voglia di bagnarmi mentre attraverso il centro storico a piedi per andare al lavoro, benedetta da una sinusite come non ne avevo da un paio d'anni.
infatti quando arrivo al Bar del Cappuccino sono ragionevolmente asciutta. non così CapoV. l'acqua gli ha inzuppato il giubbotto firmato e le scarpe di pelle vera, ma tanto lui è nato pronto, e ha sempre un cambio nell'armadio.
al lavoro, i miei stivali di gomma vengono come e qualmente sezionati - lilla è carino, ma non sta bene col rosso. non celebrerai mica così? non avevi qualche altro colore da mettere? and so on.
domenica pomeriggio.
dopo giorni riesco quasi - quasi - a respirare dal naso, da una narice, almeno. fuori piove, ma io voglio camminare. prendo l'impermeabile nero - sacco della monnezza che ho comprato alla fiera nella bancarella delle biciclette, per sei euro. lo indosso sopra al k-way arancione e agli immancabili stivaloni lilla. mi sento un incrocio tra un pescatore di fiume e un poliziotto di fine '800 a caccia dello Squartatore nei vicoli della Londra vittoriana. sembro un po' anche la Grande Mietitrice, mi ci vorrebbe una falce.
esco abbandonando tutti e cammino verso il mare, mentre ascolto le canzoni che mi hanno accompagnato tutta l'estate.
l'estate, che è finita, e adesso piove.
(del resto, il programma dello scorso trimestre - prendere il sole - l'ho completato tutto in pieno. Ho sentito il mare dentro un sacco di conchiglie, ho avuto il mio battito di ciglia. non mi lamento.
e mancano solo sette mesi, alla prossima estate)
come apro la finestra, piove.
piove di una pioggia umida e grigia, piove d'autunno, di castagne matte e cieli bianchi lucidi, piove di ombre e intonaci umidi e pozzanghere e gatti rintanati. piove di ombrelloni chiusi e messi via per l'inverno, piove di sabbia bagnata e scura, di capanni sbarrati con le tavole di legno. piove di alberghi chiusi, di pensionati tristi e pantaloni lunghi. piove di asfalto lucido, piove di colline lontane nella bruma, piove di gabbiani in larghi giri sui pescherecci. piove di ricordi caldi, che non se ne vogliono andare.
sotto al vestitino rosso che ho messo perché devo celebrare un matrimonio, sopra le calze velate indosso un paio di calzettoni blù e gli stivali di gomma lilla. le decoltè rosse le metto in una busta, per dopo. so che questo indossare cose colorate non convenzionali mi costerà un certo prezzo, ma non ho voglia di bagnarmi mentre attraverso il centro storico a piedi per andare al lavoro, benedetta da una sinusite come non ne avevo da un paio d'anni.
infatti quando arrivo al Bar del Cappuccino sono ragionevolmente asciutta. non così CapoV. l'acqua gli ha inzuppato il giubbotto firmato e le scarpe di pelle vera, ma tanto lui è nato pronto, e ha sempre un cambio nell'armadio.
al lavoro, i miei stivali di gomma vengono come e qualmente sezionati - lilla è carino, ma non sta bene col rosso. non celebrerai mica così? non avevi qualche altro colore da mettere? and so on.
domenica pomeriggio.
dopo giorni riesco quasi - quasi - a respirare dal naso, da una narice, almeno. fuori piove, ma io voglio camminare. prendo l'impermeabile nero - sacco della monnezza che ho comprato alla fiera nella bancarella delle biciclette, per sei euro. lo indosso sopra al k-way arancione e agli immancabili stivaloni lilla. mi sento un incrocio tra un pescatore di fiume e un poliziotto di fine '800 a caccia dello Squartatore nei vicoli della Londra vittoriana. sembro un po' anche la Grande Mietitrice, mi ci vorrebbe una falce.
esco abbandonando tutti e cammino verso il mare, mentre ascolto le canzoni che mi hanno accompagnato tutta l'estate.
l'estate, che è finita, e adesso piove.
(del resto, il programma dello scorso trimestre - prendere il sole - l'ho completato tutto in pieno. Ho sentito il mare dentro un sacco di conchiglie, ho avuto il mio battito di ciglia. non mi lamento.
e mancano solo sette mesi, alla prossima estate)
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mercoledì 14 agosto 2013
Lisa dagli occhi boh.
Mamma, cos'è questa canzone bizzarra?
Amore, non è bizzarra. Bizzarra in che senso?
Ma non l'hai inventata tu?
Ma ti pare.
Allora da dove viene?
Dalla fine degli anni '60, amore, dalla tivù in bianco e nero. La cantava un signore con una bellissima voce un po' all'antica che si chiama Mario Tessuto. Pensa che lo zio Ing. quando era ragazzo aveva un duo musicale col suo migliore amico e si chiamavano "I Fratelli Tessuto."
Allora non l'hai inventata tu.
No. Però mi piace, e la canto. C'è un video molto bello della tivù in bianco e nero in cui lui entra in scena presentato da Johnny Dorelli...
Johnny CHI?!
Lascia stare. Comunque, Mario Tessuto entra in scena e si vede che è emozionato e teso, e nella ripresa poi si vede il momento esatto in cui gli arriva il primo applauso dal pubblico e lui sorride, perché capisce che è andata.
Capisce cosa?
Senti, quando siamo a casa te lo faccio vedere.
Ok.
(notare la cravatta a polka dots e il direttore che tiene il tempo con la gamba)
Amore, non è bizzarra. Bizzarra in che senso?
Ma non l'hai inventata tu?
Ma ti pare.
Allora da dove viene?
Dalla fine degli anni '60, amore, dalla tivù in bianco e nero. La cantava un signore con una bellissima voce un po' all'antica che si chiama Mario Tessuto. Pensa che lo zio Ing. quando era ragazzo aveva un duo musicale col suo migliore amico e si chiamavano "I Fratelli Tessuto."
Allora non l'hai inventata tu.
No. Però mi piace, e la canto. C'è un video molto bello della tivù in bianco e nero in cui lui entra in scena presentato da Johnny Dorelli...
Johnny CHI?!
Lascia stare. Comunque, Mario Tessuto entra in scena e si vede che è emozionato e teso, e nella ripresa poi si vede il momento esatto in cui gli arriva il primo applauso dal pubblico e lui sorride, perché capisce che è andata.
Capisce cosa?
Senti, quando siamo a casa te lo faccio vedere.
Ok.
(notare la cravatta a polka dots e il direttore che tiene il tempo con la gamba)
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domenica 10 marzo 2013
lunedì 18 febbraio 2013
Quel suo maledetto senso del tempo.
Lui, quando era depresso, non mangiava merendine.
Forse non parlava.
Comunque, non mangiava merendine.
Lui, quando era depresso, la malinconia la usava per fare di queste cose.
Tipo: gli proponevano una storia, che so, una davvero assurda, una come andavano di moda nei vaudeville dove Lui s'ingalioffava, evidentemente, nei momenti di tristezza, con un altro paio di compari suoi che gli facevano "Senti, questa è davvero assurda: ambientata al tempo delle Crociate, ma non ci sono eroici combattimenti né languide lontananze né oh Signore dal tetto natìo, vedi, c'è questo gruppo di uomini che se n'è rimasto in Francia mentre gli altri sono andati tutti a combattere e loro che fanno? Danno l'assalto a un castello. Ma non perché sia pieno di infedeli: perché è pieno di femmine. Femmine belle e sole, con i mariti, i fratelli, i padri lontani, alle crociate. E c'è questo Conte, senti, c'è questo Conte Ory, che si porta dietro tutti i suoi cavalieri e danno l'assalto al castello vestiti nientepopodimeno che... da suore."
"Da suore?" fa Lui, risvegliandosi lievemente dal suo torpore melanconico.
"Suore, ti dico. Il Conte è innamorato della Contessa, ma c'è il paggio del Conte che è il cugino della Contessa, e ne è innamorato pure lui..:"
"Hmmmm... un ruolo en travesti..."
Ed era fatta.
Perché il segreto di Rossini è sempre stata la malinconia. Anche nei momenti più felici. Anche nel Barbiere, anche in Cenerentola. Anche nelle farse. Persino nelle farse. Quel suo maledetto senso del tempo. Il senso che a teatro devi avere per forza, perché puoi mettere in scena la più grande storia d'amore del mondo, puoi mettere in scena il passaggio del Mar Rosso, la vittoria di Guglielmo Tell, ma mentre lo fai sai benissimo che il tutto può durare un massimo di tre-quattro ore, poi, ineluttabilmente, la musica finisce. I cantanti si tolgono il trucco e tornano a casa. Gli strumenti vengono riposti nelle custodie. Il custode spegne le luci e il teatro si svuota.
E questo Lui l'ha sempre saputo e infilato in ogni sua singola, stramaledettissima nota.
Dalla sinfonia del Barbiere alla preghiera del Mosé. Dal rondò di Cenerentola alle Medaglie incomparabili. E lasciamo perdere il Preludio religioso della Petite Messe Solennelle, che è come sparare a una mosca già morta con un cannone.
E lasciamo perdere anche quest'ultima opera comica, piena di suore e castellane, in cui si brinda a una manica di poveracci ignari e lontani a combattere i Turchi e i Saraceni, fregando loro il vino, e le donne.
Se poi a cantare c'è il piccoletto bruno che l'estate scorsa si è beccato una standing ovation che non si riusciva più ad andare avanti solo per aver sceso la scala a spirale della Matilde - solo per essere sceso dalla scala, come a Sanremo, senza nemmeno aprire la bocca per cantare, una standing ovation solo per aver camminato - beh, allora, allora tutto è perfetto.
Forse non parlava.
Comunque, non mangiava merendine.
Lui, quando era depresso, la malinconia la usava per fare di queste cose.
Tipo: gli proponevano una storia, che so, una davvero assurda, una come andavano di moda nei vaudeville dove Lui s'ingalioffava, evidentemente, nei momenti di tristezza, con un altro paio di compari suoi che gli facevano "Senti, questa è davvero assurda: ambientata al tempo delle Crociate, ma non ci sono eroici combattimenti né languide lontananze né oh Signore dal tetto natìo, vedi, c'è questo gruppo di uomini che se n'è rimasto in Francia mentre gli altri sono andati tutti a combattere e loro che fanno? Danno l'assalto a un castello. Ma non perché sia pieno di infedeli: perché è pieno di femmine. Femmine belle e sole, con i mariti, i fratelli, i padri lontani, alle crociate. E c'è questo Conte, senti, c'è questo Conte Ory, che si porta dietro tutti i suoi cavalieri e danno l'assalto al castello vestiti nientepopodimeno che... da suore."
"Da suore?" fa Lui, risvegliandosi lievemente dal suo torpore melanconico.
"Suore, ti dico. Il Conte è innamorato della Contessa, ma c'è il paggio del Conte che è il cugino della Contessa, e ne è innamorato pure lui..:"
"Hmmmm... un ruolo en travesti..."
Ed era fatta.
Perché il segreto di Rossini è sempre stata la malinconia. Anche nei momenti più felici. Anche nel Barbiere, anche in Cenerentola. Anche nelle farse. Persino nelle farse. Quel suo maledetto senso del tempo. Il senso che a teatro devi avere per forza, perché puoi mettere in scena la più grande storia d'amore del mondo, puoi mettere in scena il passaggio del Mar Rosso, la vittoria di Guglielmo Tell, ma mentre lo fai sai benissimo che il tutto può durare un massimo di tre-quattro ore, poi, ineluttabilmente, la musica finisce. I cantanti si tolgono il trucco e tornano a casa. Gli strumenti vengono riposti nelle custodie. Il custode spegne le luci e il teatro si svuota.
E questo Lui l'ha sempre saputo e infilato in ogni sua singola, stramaledettissima nota.
Dalla sinfonia del Barbiere alla preghiera del Mosé. Dal rondò di Cenerentola alle Medaglie incomparabili. E lasciamo perdere il Preludio religioso della Petite Messe Solennelle, che è come sparare a una mosca già morta con un cannone.
E lasciamo perdere anche quest'ultima opera comica, piena di suore e castellane, in cui si brinda a una manica di poveracci ignari e lontani a combattere i Turchi e i Saraceni, fregando loro il vino, e le donne.
Se poi a cantare c'è il piccoletto bruno che l'estate scorsa si è beccato una standing ovation che non si riusciva più ad andare avanti solo per aver sceso la scala a spirale della Matilde - solo per essere sceso dalla scala, come a Sanremo, senza nemmeno aprire la bocca per cantare, una standing ovation solo per aver camminato - beh, allora, allora tutto è perfetto.
venerdì 23 novembre 2012
domenica 11 novembre 2012
Natural born Ladies.
Sono quelle dai capelli lunghi.
Lunghi dalla nascita.
Le loro madri non glieli hanno mai tagliati.
"Non ne ho il coraggio, sono così belli."
"Mi dicevano: tagliaglieli, che diventano più forti. Ma io non posso farlo."
Mia mamma me li tagliava sempre, a Pasqua. Tutti gli anni. Corti mezzo dito.
Non che fosse religiosa, è che "Sono più pratici", diceva. A marzo riusciva a farmi i codini, ai primi di aprile mi accompagnava dalla parrucchiera.
Mia madre ha sempre tenuto alle cose pratiche.
Ero una figlia nata per caso, e ho imparato presto le regole.
Avevo un'altalena in soggiorno. Però fino alle quattro del pomeriggio non dovevo fare rumore. E dovevo portare i capelli corti.
Ed è così che, io credo, non sono mai riuscita a farmeli crescere.
Invece loro camminano per strada, e i capelli si muovono sulla schiena.
Color del rame, color delle castagne. Hanno onde morbide. Color del cioccolato, colore della notte.
Si muovono e le onde morbide si muovono con loro, delicatamente, naturalmente.
E sono sempre belle.
Con la gonna lunga, con la gonna corta, con i pantaloni e gli stivali.
Con gli stivali da pioggia e l'impermeabile, stamattina, e una bellissima figlia coi capelli lunghi, uguale, dietro. Non hanno bisogno di trucco, o solo di un trucco leggero, indossano abiti morbidi e camminano con leggerezza. Non sembrano mai affaticate, solo lievemente stanche, a volte. Non conoscono le pene dell'amore non corrisposto ma solo i vaghi rimorsi di quello non concesso.
Navigano la vita come snelli velieri su un mare sempre calmo. Sposano uomini ricchi, fanno bei figli e danno loro nomi composti, o nomi di colori. Vanno in vacanza in posti dei quali faccio fatica a ricordare il nome, vanno a New York a Natale, conoscono i posti migliori nei teatri di Londra, hanno un piccolo appartamento a Parigi.
Sono così belle che fai fatica a dar loro l'età. Sono così belle che a me piace guardarle quando passano, osservare i loro lunghi capelli, la pelle di cipria, i cappotti di panno color cammello, le borse di nappa, le scarpe basse di cuoio o quelle col tacco sottile.
Mi piace guardarle mentre osservano quelle vetrine che io non guardo mai.
Lunghi dalla nascita.
Le loro madri non glieli hanno mai tagliati.
"Non ne ho il coraggio, sono così belli."
"Mi dicevano: tagliaglieli, che diventano più forti. Ma io non posso farlo."
Mia mamma me li tagliava sempre, a Pasqua. Tutti gli anni. Corti mezzo dito.
Non che fosse religiosa, è che "Sono più pratici", diceva. A marzo riusciva a farmi i codini, ai primi di aprile mi accompagnava dalla parrucchiera.
Mia madre ha sempre tenuto alle cose pratiche.
Ero una figlia nata per caso, e ho imparato presto le regole.
Avevo un'altalena in soggiorno. Però fino alle quattro del pomeriggio non dovevo fare rumore. E dovevo portare i capelli corti.
Ed è così che, io credo, non sono mai riuscita a farmeli crescere.
Invece loro camminano per strada, e i capelli si muovono sulla schiena.
Color del rame, color delle castagne. Hanno onde morbide. Color del cioccolato, colore della notte.
Si muovono e le onde morbide si muovono con loro, delicatamente, naturalmente.
E sono sempre belle.
Con la gonna lunga, con la gonna corta, con i pantaloni e gli stivali.
Con gli stivali da pioggia e l'impermeabile, stamattina, e una bellissima figlia coi capelli lunghi, uguale, dietro. Non hanno bisogno di trucco, o solo di un trucco leggero, indossano abiti morbidi e camminano con leggerezza. Non sembrano mai affaticate, solo lievemente stanche, a volte. Non conoscono le pene dell'amore non corrisposto ma solo i vaghi rimorsi di quello non concesso.
Navigano la vita come snelli velieri su un mare sempre calmo. Sposano uomini ricchi, fanno bei figli e danno loro nomi composti, o nomi di colori. Vanno in vacanza in posti dei quali faccio fatica a ricordare il nome, vanno a New York a Natale, conoscono i posti migliori nei teatri di Londra, hanno un piccolo appartamento a Parigi.
Sono così belle che fai fatica a dar loro l'età. Sono così belle che a me piace guardarle quando passano, osservare i loro lunghi capelli, la pelle di cipria, i cappotti di panno color cammello, le borse di nappa, le scarpe basse di cuoio o quelle col tacco sottile.
Mi piace guardarle mentre osservano quelle vetrine che io non guardo mai.
domenica 7 ottobre 2012
another end of the world as we know it
bene, facciamo una cosa veloce. forse era meglio se non venivo. restavo al lavoro. ormai sono qui. guarda il sindaco, è come clint eastwood, ha solo due espressioni, col cappello e senza. ci sono i volontari della coop con le pettorine rosse. ci sono tutti i vecchi coristi. ci sono tutti i vecchi comunisti dei tre grandi quartieri comunisti della città. uno pensa che un funerale senza chiesa sia meno triste invece è peggio perché c'è solo il morto, la gente, il cielo. non c'è la chiesa che ti tiene all'interno, il prete che parla di consolazione, niente parole da ripetere per riempirsi la bocca e illudere il cuore. ci sono proprio tutti. qualcuno sulla sedia a rotelle, maledizione. ma io sono brava e sorrido. ho in mano una grossa rosa rossa con la carta rossa e il fiocco rosso da mettere sulla bara, per tutte le volte che elio mi ha portato il caffè, per tutte le volte che mi ha parlato di mio padre di quando era giovane, per tutte le volte che mi ha detto che sono bella, per tutte le centinaia di migliaia di volte che mi ha sorriso, per tutte le poesie che ha scritto, per tutte le volte che mi ha fatto ballare. una rosa sola ma grossa e tremendamente rossa. quindi sarò serena. arriva giacomino che guida il carro funebre, sembra dan ackroyd vestito da blues brothers. ci sono una serie di assessori ed ex assessori e gente che non ha mai avuto un assessorato ma gli sarebbe tanto piaciuto. ci sono le arzdore e gli elettricisti, gli amministratori e gli amministrati, intere case del popolo e un gruppo di noti fascisti che però gli volevano bene. io sono in piedi e non faccio facce. penso che tutto sommato me la caverò bene. arriva m.o Ad. vuole dirmi qualcosa. sono tranquilla e gli sorrido nel sole orribile di questo pessimo sabato mattina.
"mamik, hai saputo?"
"cosa?"
"ha voluto essere vestito con la divisa del coro."
"mamik, hai saputo?"
"cosa?"
"ha voluto essere vestito con la divisa del coro."
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giovedì 13 settembre 2012
Shéhérazade.
L'orchestra tuona cupe sentenze, per quattro volte.
Poi: - aspetta - dice, sospesa, - adesso lei entra.
- ascolta.
Lei si alza, e comincia a raccontare.
Racconta di un vascello che spiega le vele e fende le onde, senza paura.
Lei, è così brava, a raccontare.
Forse perché lo fa per salvarsi la vita.
Musica, e racconto.
Era tanto tempo che non ascoltavo quest'opera di Korsakov. L'ho ascoltata moltissimo quando ero bambina, poi più. L'altro giorno ho cercato il cd e l'ho messo nell'i-pod, spinta dal bisogno di riascoltare esattamente quest'opera, nota per nota.
Mi sono stupita della sua capacità di portarmi via. Strano, io non amo i russi. Li amavo, una volta, così come amavo Chopin. Ma poi più, da molti anni.
Mi sono stupita anche del fatto che ricordavo ogni nota e ogni strumento. Mi sono stupita del fatto che da piccola, evidentemente, avevo capito tutto, il violino e l'arpa, i contrabbassi e i timpani, il discorso del fagotto, i pizzicati, il rullo. Mi sono chiesta per un attimo allora quale sia la distinzione tra musica facile e difficile, se esistano davvero cose per bambini, o se esistano cose che i bambini non possono comprendere.
Mi sono chiesta, per un attimo.
L'attimo dopo scivolavo, veloce, sul mare.
Poi: - aspetta - dice, sospesa, - adesso lei entra.
- ascolta.
Lei si alza, e comincia a raccontare.
Racconta di un vascello che spiega le vele e fende le onde, senza paura.
Lei, è così brava, a raccontare.
Forse perché lo fa per salvarsi la vita.
Musica, e racconto.
Era tanto tempo che non ascoltavo quest'opera di Korsakov. L'ho ascoltata moltissimo quando ero bambina, poi più. L'altro giorno ho cercato il cd e l'ho messo nell'i-pod, spinta dal bisogno di riascoltare esattamente quest'opera, nota per nota.
Mi sono stupita della sua capacità di portarmi via. Strano, io non amo i russi. Li amavo, una volta, così come amavo Chopin. Ma poi più, da molti anni.
Mi sono stupita anche del fatto che ricordavo ogni nota e ogni strumento. Mi sono stupita del fatto che da piccola, evidentemente, avevo capito tutto, il violino e l'arpa, i contrabbassi e i timpani, il discorso del fagotto, i pizzicati, il rullo. Mi sono chiesta per un attimo allora quale sia la distinzione tra musica facile e difficile, se esistano davvero cose per bambini, o se esistano cose che i bambini non possono comprendere.
Mi sono chiesta, per un attimo.
L'attimo dopo scivolavo, veloce, sul mare.
domenica 1 luglio 2012
vecchi amici.
si sono ritrovati tutti stasera in un piccolo parco per ricordare un amico che se n'è andato un anno fa.
nel primo gruppo c'era il mio farmacista alla chitarra elettrica, in canottiera, che suonava smoke on the water così bene che i miei figli sono saltati in piedi e si sono messi a ballare. non so se avrò più il coraggio di chiedergli del paracetamolo.
poi ha cantato un ragazzino, il figlio del batterista-cantante-presentatore storico, che ha una voce meravigliosa e balla pure benissimo. insomma, qualcosa di questi ragazzi a qualcuno è passato.
poi ha suonato la chitarra il marito della ragazza che quando ero piccola mi dava ripetizioni di arpa. ha suonato e cantato una ballata irlandese e una scozzese, e ha raccontato di quando nel 1974 erano venuti a suonare i traffic nella nostra città e alcuni dei ragazzi che oggi suonavano nel cortile avevano fatto una jam session con steve winwood, e al concerto avevano suonato john barleycorn, e poi l'ha suonata lui con la sua bellissima voce di basso e con l'amica g., dalla lunga treccia nera, che gli faceva il controcanto alto.
poi è arrivato uno in frac che ha detto se per favore potevano interrompere per mezz'ora, perché il piccolo parco confina con l'auditorium del conservatorio dove si stava suonando mozart.
poi sono saliti sul palco tre ragazzi con la chitarra. uno di questi, classe 1956, era alto e magro con una camicia azzurra e le mani sottili e si muoveva lento, come un fenicottero nel sole. quando è salito sul palco e ha salutato il pubblico, mio figlio piccolo ha detto "ma quello è lo zio p., quello che viene a pranzo dalla nonna terri!". lo zio p. si è seduto e ha cominciato a suonare e cantare una canzone dei beatles che da quando sono nata gli ho sentito suonare almeno un miliardo di volte. l'hanno cantata stonata, l'hanno cantata strascicata, l'hanno cantata benissimo, divertendosi e scambiandosi le stesse occhiate che si scambiano da oltre trent'anni, emozionandosi nello stesso modo idiota di quando erano giovani.
chissà se il direttore del conservatorio, che giustamente si sarà risentito del fatto che sia stato organizzato un concerto rock a un metro dall'auditorium la sera dei saggi, avrà riconosciuto le voci di quei ragazzi con cui qualche volta ha suonato anche lui, molti, molti anni fa.
chissà se carlo da dov'è adesso li ha ascoltati.
c'erano i figli che facevano le foto, le mogli che rassettavano le camicie, gli amici storici in prima fila ad applaudire. c'erano un sacco di stelle e la giusta quantità di birra, c'era un generatore che ruggiva mentre nel buio ci siedevamo tra gli oleandri e c'era come sempre lei, l'amata, la musica, che si concede serafica e gentile a chi la corteggia con pazienza in smocking dentro un auditorium e a chi le fischia dietro, con ammirazione, facendo strillare una chitarra.
nel primo gruppo c'era il mio farmacista alla chitarra elettrica, in canottiera, che suonava smoke on the water così bene che i miei figli sono saltati in piedi e si sono messi a ballare. non so se avrò più il coraggio di chiedergli del paracetamolo.
poi ha cantato un ragazzino, il figlio del batterista-cantante-presentatore storico, che ha una voce meravigliosa e balla pure benissimo. insomma, qualcosa di questi ragazzi a qualcuno è passato.
poi ha suonato la chitarra il marito della ragazza che quando ero piccola mi dava ripetizioni di arpa. ha suonato e cantato una ballata irlandese e una scozzese, e ha raccontato di quando nel 1974 erano venuti a suonare i traffic nella nostra città e alcuni dei ragazzi che oggi suonavano nel cortile avevano fatto una jam session con steve winwood, e al concerto avevano suonato john barleycorn, e poi l'ha suonata lui con la sua bellissima voce di basso e con l'amica g., dalla lunga treccia nera, che gli faceva il controcanto alto.
poi è arrivato uno in frac che ha detto se per favore potevano interrompere per mezz'ora, perché il piccolo parco confina con l'auditorium del conservatorio dove si stava suonando mozart.
poi sono saliti sul palco tre ragazzi con la chitarra. uno di questi, classe 1956, era alto e magro con una camicia azzurra e le mani sottili e si muoveva lento, come un fenicottero nel sole. quando è salito sul palco e ha salutato il pubblico, mio figlio piccolo ha detto "ma quello è lo zio p., quello che viene a pranzo dalla nonna terri!". lo zio p. si è seduto e ha cominciato a suonare e cantare una canzone dei beatles che da quando sono nata gli ho sentito suonare almeno un miliardo di volte. l'hanno cantata stonata, l'hanno cantata strascicata, l'hanno cantata benissimo, divertendosi e scambiandosi le stesse occhiate che si scambiano da oltre trent'anni, emozionandosi nello stesso modo idiota di quando erano giovani.
chissà se il direttore del conservatorio, che giustamente si sarà risentito del fatto che sia stato organizzato un concerto rock a un metro dall'auditorium la sera dei saggi, avrà riconosciuto le voci di quei ragazzi con cui qualche volta ha suonato anche lui, molti, molti anni fa.
chissà se carlo da dov'è adesso li ha ascoltati.
c'erano i figli che facevano le foto, le mogli che rassettavano le camicie, gli amici storici in prima fila ad applaudire. c'erano un sacco di stelle e la giusta quantità di birra, c'era un generatore che ruggiva mentre nel buio ci siedevamo tra gli oleandri e c'era come sempre lei, l'amata, la musica, che si concede serafica e gentile a chi la corteggia con pazienza in smocking dentro un auditorium e a chi le fischia dietro, con ammirazione, facendo strillare una chitarra.
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lunedì 4 giugno 2012
il soldatino sul carso.
"dulce et decorum est pro patria mori"
questa mattina inizia pessima con i postumi del concerto, occhiali spessi, pioggia battente. cos'è che mi ha lasciato il capo sulla scrivania? "ministero della difesa - comitato per le onoranze ai caduti - si prega di fornire la localizzazione della tomba e copia integrale dell'atto di morte del soldato giovanni pezzichini deceduto in guerra il dieci di luglio dell'anno millenovecentoquindici...". ecco, c'è già passato il mostro_dell'archivio, e ci ha segnato sopra "NON TROVATO" e se non l'ha trovato lui... anche ai cimiteri non hanno trovato niente... comunque lo metto qui magari in un momento di calma ci butto un'occh
- ciao. ho un morto in parte prima con trasporto fuori comune. ti dispiace? mi parte alle nove.
- ok.
mi sento come se mi fosse passato sopra un camion, ho anche un po' di mal di gola, chissà se è stato brahms ieri sera o la pioggia stamattina o il vento ieri l'altro, mi verrà l'asma la bronchite la tisi, ma che hanno quelli delle pompe funebri? non si possono fare due giorni di festa di fila che s'ingolfano tutti qui a fare casin
- mi fai il permesso di seppellimento? e dieci certificati? e due estratti?
- ok.
che poi devo capire perché questa cosa della malinconia preventiva mi uccide, che la balle dice che è come dice vasco "ho fatto un patto sai con le mie emozioni le lascio vivere e loro non mi fanno fuori", ma io non sono mica tanto convinta, sarà quella screziatura malinconica di cui parla la gilessa o sarà che a quarant'anni sono rimasta la bambina viziata che er
- vorrei la copia integrale del mio atto di matrimonio, uso divorzio.
- ok.
che le cose mi mancano mentre ce le ho e mi sento inadeguata al mondo eccheppalle. ieri sera però è stato davvero bellissimo con la chiesa quasi piena piena e il maestro era così emozionato che ha sbagliato un attacco per la prima volta in vent'anni e la prof con la giacca verde che presentava le sezioni del deutsches requiem e noi tutti con una strizza che ci portava via e
- mamika, sai quello straniero che la moglie ci aveva chiesto di autorizzare l'espatrio della salma nel suo paese? beh, dal consolato è venuto fuori che al suo paese è sposato con un'altra. ho dovuto annullare il permesso di espatrio.
- ah... ok.
avevo un vestito bellissimo anche se vecchio come il cucco e anche se sembravo una lampadina dopo aver preso il sole due giorni in spiaggia all'ora di pranzo, però se rinasco voglio rinascere figa per provare una volta la sensazione di
- dovrei dichiarare la nascita di mio figlio.
- ok.
bene. adesso l'ultima mezz'ora a sportello chiuso andiamo a vedere un po' di questo soldatino. certo che mi scoccia rifare il lavoro di un collega, se non l'ha trovato lui che vive dentro l'archivio da trent'anni... ecco, infatti nei decennali dei decessi non c'è. neanche nelle delegazioni. dunque però, se è morto nel '15 dev'esserci arrivata la dichiarazione dal fronte e dovremmo averlo registrato in parte II C, quasi sicuramente non nel '15 ma dopo. andiamo a vedere nei registri. 1915... no, cominciamo dal '16. ecco, non c'è. proviamo il '17... niente... il '18... aspetta aspetta, però dalle nostre parti 'pezzichini' non è una forma consueta, la forma consueta è 'pizzichini'... oddio, eccolo qui... pizzichini giovanni... asp, fammi leggere "oggi quindici di marzo dell'anno millenovecentodiciotto io sottoscritto tizio caio ufficiale dello stato civile del comune di cignolandia avendo ricevuto in data... un avviso di morte... trascrivo quanto segue: addì dieci luglio dell'anno millenovecentoquindici... il fante pizzichini giovanni di anni ventitrè, morto sul carso ed ivi sepolto..." mioddio, l'ho trov
- capo! capooooooooooooooooooooooo!!!!!!!!
- eh? che c'è?
- l'ho trovato! ho trovato il soldatino! il soldatino sul carso!
- ma và? e adesso chi lo dice al mostro_dell'archivio? io no sicuro.
- guarda, ho trovato anche l'atto di nascita, del milleottocentonovantadue, vedi? nel corpo dell'atto c'è scritto "pizzichini giovanni", ma guarda un po' come si firmava il padre...
- pezzichini.
- già, pizzichini, pezzichini. ecco perché non lo trovavamo.
- però tu l'hai trovato.
- già. era sul carso. con mio nonno secondo che però non era fante, era alpino. mio nonno è tornato a casa, lui no. senti, ti lascio tutto di là in archivio.
- ok.
- ok.
giovedì 24 maggio 2012
senti, emiliano.
- signora!
- eh?
- signora, presto, venga qui.
senti, emiliano.
son quasi due settimane che son qui nel tuo territorio. mi hai imbottita di gnocco fritto, pasta all'uovo, carne di maiale conciata in modi che noi marchigiani non possiamo nemmeno lontanamente concepire. mi hai stordita di erre ed elle arrotate, mi hai devastata con la tua ospitalità che non prevede si rifiuti un piatto né un cambio di asciugamani. mi hai disorientata con i tuoi prati pieni d'erba, i tuoi boschi pieni d'alberi, le papere, i cigni, l'airone che fa il bagno e la gazza ladra sull'argine del fiume.
adesso che vuoi da me, emiliano, che sto camminando a bordo campo per raggiungere il mio albergo, che vuoi, emiliano, che vuoi da me
- signora, venga, attraversi adesso che poi passa la cronometro.
- eh?
- la gara di biciclette, signora, non ha visto? attraversi, venga qua.
senti, emiliano.
io non ne posso più.
son quasi due settimane che me ne sto rinchiusa nel tuo bell'albergo mentre per nove ore al giorno dei colleghi - in massima parte, peraltro, emiliani -mi imbottiscono di nozioni di stato civile mentre i miei compagni di sventura da tutt'italia fanno gli esempi più assurdi e sudano assieme a me, in cinquanta nel tuo bel solarium, emiliano. con lo gnocco fritto sullo stomaco, circondati da chilometri e chilometri di prati e alberi e prati e alberi e prati che la sera quando esci a far due passi per ricordarti che al mondo non c'è solo lo stato civile ma pure quello modello base ti giri intorno e ti sembra di stare a central park, tutti che fanno jogging e si stirano i muscoli e corrono in bici e si stirano i muscoli, frotte di gente che corre tutti assieme tutti sudati tutti in calzoncini e maglietta e mica si fermano se uno cammina, no, che gliene frega agli emiliani, ti vengono addosso in gruppo perché loro ci hanno diritto che son più veloci e anche belli magri mentre io, dopo due settimane di stato civile e gnocco fritto, io, caro il mio emiliano, altro che gara a cronometro dovrei fare
- attraversi veloce, signora, che poi arrivano le biciclette.
- ma io non voglio attraversare, vede? il mio albergo è più avanti da questo lato, sulla destra.
- ma signora, lì è tutto bagnato, si sporca.
senti, emiliano.
noi marchigiani, il fango, ce lo abbiamo nel sangue. guarda che l'altro giorno mentre c'era il terremoto io ero al computer a inserire le mail dei coristi nella rubrica di libero e mica son corsa giù nella hall dell'albergo, io, son stata ferma lì e ho continuato a inserire perché la terra trema, ma noi marchigiani no. guarda che dove stiamo noi è montefeltro e nel montefeltro il fango è all'ordine del giorno, che mica ci abbiamo i praterelli belli tosati come le pecore, come qui in emilia, nelle marche la natura è selvatica e pure un po' selvaggia e abbiamo i monti veri, e le rocce, e la macchia mediterranea, emiliano, ci fa un baffo a noi il fango, hai mai provato a correre la mattina sul bagnasciuga storto dell'adriatico, tu? altro che ciclabili larghe e belline. e a proposito, un'umidità come quella di oggi del duecento per cento ce l'abbiamo anche noi, cosa credi, ma almeno ci abbiamo lo sfogo a mare, che prendo vado giù e mi tuffo, e qui dove vado, con lo gnocco fritto sullo stomaco, il fiume che trasuda l'umido e i boschi con gli alberi tutti uguali che ieri la collega toscana e quella campana ci si son perse e ci hanno messo tre ore a tornare
- guardi, lei è molto gentile, ma io continuo qui, grazie.
- è sicura, signora?
- sì, guardi, le prometto che non attraverso.
- ah, allora bene. buonasera.
- buonasera a lei.
- eh?
- signora, presto, venga qui.
senti, emiliano.
son quasi due settimane che son qui nel tuo territorio. mi hai imbottita di gnocco fritto, pasta all'uovo, carne di maiale conciata in modi che noi marchigiani non possiamo nemmeno lontanamente concepire. mi hai stordita di erre ed elle arrotate, mi hai devastata con la tua ospitalità che non prevede si rifiuti un piatto né un cambio di asciugamani. mi hai disorientata con i tuoi prati pieni d'erba, i tuoi boschi pieni d'alberi, le papere, i cigni, l'airone che fa il bagno e la gazza ladra sull'argine del fiume.
adesso che vuoi da me, emiliano, che sto camminando a bordo campo per raggiungere il mio albergo, che vuoi, emiliano, che vuoi da me
- signora, venga, attraversi adesso che poi passa la cronometro.
- eh?
- la gara di biciclette, signora, non ha visto? attraversi, venga qua.
senti, emiliano.
io non ne posso più.
son quasi due settimane che me ne sto rinchiusa nel tuo bell'albergo mentre per nove ore al giorno dei colleghi - in massima parte, peraltro, emiliani -mi imbottiscono di nozioni di stato civile mentre i miei compagni di sventura da tutt'italia fanno gli esempi più assurdi e sudano assieme a me, in cinquanta nel tuo bel solarium, emiliano. con lo gnocco fritto sullo stomaco, circondati da chilometri e chilometri di prati e alberi e prati e alberi e prati che la sera quando esci a far due passi per ricordarti che al mondo non c'è solo lo stato civile ma pure quello modello base ti giri intorno e ti sembra di stare a central park, tutti che fanno jogging e si stirano i muscoli e corrono in bici e si stirano i muscoli, frotte di gente che corre tutti assieme tutti sudati tutti in calzoncini e maglietta e mica si fermano se uno cammina, no, che gliene frega agli emiliani, ti vengono addosso in gruppo perché loro ci hanno diritto che son più veloci e anche belli magri mentre io, dopo due settimane di stato civile e gnocco fritto, io, caro il mio emiliano, altro che gara a cronometro dovrei fare
- attraversi veloce, signora, che poi arrivano le biciclette.
- ma io non voglio attraversare, vede? il mio albergo è più avanti da questo lato, sulla destra.
- ma signora, lì è tutto bagnato, si sporca.
senti, emiliano.
noi marchigiani, il fango, ce lo abbiamo nel sangue. guarda che l'altro giorno mentre c'era il terremoto io ero al computer a inserire le mail dei coristi nella rubrica di libero e mica son corsa giù nella hall dell'albergo, io, son stata ferma lì e ho continuato a inserire perché la terra trema, ma noi marchigiani no. guarda che dove stiamo noi è montefeltro e nel montefeltro il fango è all'ordine del giorno, che mica ci abbiamo i praterelli belli tosati come le pecore, come qui in emilia, nelle marche la natura è selvatica e pure un po' selvaggia e abbiamo i monti veri, e le rocce, e la macchia mediterranea, emiliano, ci fa un baffo a noi il fango, hai mai provato a correre la mattina sul bagnasciuga storto dell'adriatico, tu? altro che ciclabili larghe e belline. e a proposito, un'umidità come quella di oggi del duecento per cento ce l'abbiamo anche noi, cosa credi, ma almeno ci abbiamo lo sfogo a mare, che prendo vado giù e mi tuffo, e qui dove vado, con lo gnocco fritto sullo stomaco, il fiume che trasuda l'umido e i boschi con gli alberi tutti uguali che ieri la collega toscana e quella campana ci si son perse e ci hanno messo tre ore a tornare
- guardi, lei è molto gentile, ma io continuo qui, grazie.
- è sicura, signora?
- sì, guardi, le prometto che non attraverso.
- ah, allora bene. buonasera.
- buonasera a lei.
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martedì 15 maggio 2012
Io confesso.
Confesso che nove ore di lezione sulla DigitPA, i codici HTML, il sistema crittografico delle firme digitali e le circonvoluzioni del sistema INA-SAIA mi hanno messo addosso una gran voglia.
Di Luis Bacalov.
In tutte le sue forme.
Anche le più insospettabili.
Di Luis Bacalov.
In tutte le sue forme.
Anche le più insospettabili.
venerdì 11 maggio 2012
,fa lui.
"ok, per stasera abbiamo finito", fa lui.
come sarebbe a dire "abbiamo finito"? sono solo le undici di sera. non abbiamo provato la misa tango. non abbiamo ripassato west side story. è presto. perché non fai un'oretta in più assieme ai tenori, così io posso restare in un cantone ad scoltare?
"ci vediamo la settimana prossima," fa lui.
voi vi vedrete la settimana prossima, io no. e neppure quella dopo. due settimane fuori per un corso di abilitazione che tutti i miei colleghi sono lì a dirmi "non ti preoccupare, vedrai, andrai benissimo, non fare quella faccia, lo abbiamo superato tutti", ma io non mi preoccupo del corso, mi preoccupo per tutte le cose per le quali abitualmente si preoccupa una mamma che sta via due settimane, e in più mi struggo per il coro. quattro prove salto, quattro, quando tornerò non mi riconoscerete e io non mi ricorderò più niente. e al mio posto tu, sì, proprio tu, che te ne stai lì bel bello rilassato sulla tua pedana rosso ciliegia che io ho portato a spalla un numero imprecisato di volte, tu al mio posto avrai messo un contralto vero, una bellissima, giovanissima, con la voce scura e il vibrato morbido e i capelli biondi e il diploma di conservatorio e
"mamikazen, allora ci rivediamo tra due settimane?", fa lui.
non dirlo, porca miseria, se non lo dici non me lo ricordo e non mi prende il panico e non mi viene da portarmi via la sedia e
"tra due settimane, allora," fa lui.
"sì."
"bene."
fa lui.
come sarebbe a dire "abbiamo finito"? sono solo le undici di sera. non abbiamo provato la misa tango. non abbiamo ripassato west side story. è presto. perché non fai un'oretta in più assieme ai tenori, così io posso restare in un cantone ad scoltare?
"ci vediamo la settimana prossima," fa lui.
voi vi vedrete la settimana prossima, io no. e neppure quella dopo. due settimane fuori per un corso di abilitazione che tutti i miei colleghi sono lì a dirmi "non ti preoccupare, vedrai, andrai benissimo, non fare quella faccia, lo abbiamo superato tutti", ma io non mi preoccupo del corso, mi preoccupo per tutte le cose per le quali abitualmente si preoccupa una mamma che sta via due settimane, e in più mi struggo per il coro. quattro prove salto, quattro, quando tornerò non mi riconoscerete e io non mi ricorderò più niente. e al mio posto tu, sì, proprio tu, che te ne stai lì bel bello rilassato sulla tua pedana rosso ciliegia che io ho portato a spalla un numero imprecisato di volte, tu al mio posto avrai messo un contralto vero, una bellissima, giovanissima, con la voce scura e il vibrato morbido e i capelli biondi e il diploma di conservatorio e
"mamikazen, allora ci rivediamo tra due settimane?", fa lui.
non dirlo, porca miseria, se non lo dici non me lo ricordo e non mi prende il panico e non mi viene da portarmi via la sedia e
"tra due settimane, allora," fa lui.
"sì."
"bene."
fa lui.
lunedì 5 marzo 2012
La equivoca.
Sono incastrata in archivio con tre atti di matrimonio da caricare nel sistema informatico per tre carampane che scalpitano per avere un estratto delle rispettive nozze celebrate quando Cecco Beppe governava l'Austria.
In archivio irrompe la Collega Matrimoni.
"Mamikazen, che suoneria hai nel cellulare?"
"La Equivoca. Perché?"
"E' musica argentina, vero? Ma non è molto conosciuta."
Sì, Collega Matrimoni, è musica argentina, la mia musica argentina del mio Ariel Ramirez e no, non è Libertango né Oblivion, e soprattutto è gentile da parte tua venire qui a ricordarmi l'estate e il Trio del Barrio e i sandali dorati col tacco e il charango e i vestiti con le spalline e il bandoneonista italosvizzeroargentino - proprio come alfonsina storni - che ci faceva cantare El ultimo café eccetera eccetera eccetera mentre sono qui, incastrata in questo archivio a inserire in questo (omissis) di sistema informatico inventato da un epigono perverso di Hal 9000 i tre atti di matrimonio di Scarlett O'Hara, Melania Wilkes e Anna Bolena e probabilmente ci resterò fino alla pensione, vale a dire a una prima botta di conti fino ai centododici anni
"Sì, è un pezzo per pianoforte di Ariel Ramirez, uno dei compositori argentini più famosi del '900..."
"Ecco perché l'Argentino si è emozionato."
"L'... l'Argentino? quale Argentino?"
"Quello al quale stavo facendo le pubblicazioni di matrimonio."
"Cioè, c'era un Argentino in ufficio? Di là da questa porta?"
"Ce n'erano due, lui e la fidanzata. Lui è un cantante Argentino."
"..."
"Quando ha sentito la suoneria del tuo telefonino per poco non diventava matto. Io gli ho detto che tu canti in un coro, che fate anche musica argentina, lui era tutto entusiasta, si è quasi commosso.
"Ma... perché non mi hai chiamata?"
"Beh, che ne sapevo che eri qui."
Ceeeeerto, avrei potuto essere ovunque.
A Buenos Aires a ballare il tango, ad esempio.
In archivio irrompe la Collega Matrimoni.
"Mamikazen, che suoneria hai nel cellulare?"
"La Equivoca. Perché?"
"E' musica argentina, vero? Ma non è molto conosciuta."
Sì, Collega Matrimoni, è musica argentina, la mia musica argentina del mio Ariel Ramirez e no, non è Libertango né Oblivion, e soprattutto è gentile da parte tua venire qui a ricordarmi l'estate e il Trio del Barrio e i sandali dorati col tacco e il charango e i vestiti con le spalline e il bandoneonista italosvizzeroargentino - proprio come alfonsina storni - che ci faceva cantare El ultimo café eccetera eccetera eccetera mentre sono qui, incastrata in questo archivio a inserire in questo (omissis) di sistema informatico inventato da un epigono perverso di Hal 9000 i tre atti di matrimonio di Scarlett O'Hara, Melania Wilkes e Anna Bolena e probabilmente ci resterò fino alla pensione, vale a dire a una prima botta di conti fino ai centododici anni
"Sì, è un pezzo per pianoforte di Ariel Ramirez, uno dei compositori argentini più famosi del '900..."
"Ecco perché l'Argentino si è emozionato."
"L'... l'Argentino? quale Argentino?"
"Quello al quale stavo facendo le pubblicazioni di matrimonio."
"Cioè, c'era un Argentino in ufficio? Di là da questa porta?"
"Ce n'erano due, lui e la fidanzata. Lui è un cantante Argentino."
"..."
"Quando ha sentito la suoneria del tuo telefonino per poco non diventava matto. Io gli ho detto che tu canti in un coro, che fate anche musica argentina, lui era tutto entusiasta, si è quasi commosso.
"Ma... perché non mi hai chiamata?"
"Beh, che ne sapevo che eri qui."
Ceeeeerto, avrei potuto essere ovunque.
A Buenos Aires a ballare il tango, ad esempio.
domenica 5 febbraio 2012
Ossessioni musicali.
Cosa puoi fare quando ti stanno chiudendo la miniera tuo padre ha la silicosi hai appena scoperto che la tua fidanzata è una tagliatrice di teste i colleghi sono sull'orlo del suicidio le mogli li lasciano non c'è più un quattrino per far cantare un cieco?
Naturalmente, vincere la competizione nazionale delle bande con la banda della miniera, suonando rossini.
So che mi ripeto ma, cielo, quanto amo questo film.
Naturalmente, vincere la competizione nazionale delle bande con la banda della miniera, suonando rossini.
So che mi ripeto ma, cielo, quanto amo questo film.
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giovedì 12 gennaio 2012
una ragazza.
stasera mi manca da morire una ragazza.
una tipa carina.
indossa un vestito color salmone, e basta. ride forte e scherza. ha un'amica di fianco alla quale dice cose stupide nell'orecchio, dice cose stupide, e se ne frega.
fuori è molto caldo.
la vedo mentre si avvicina a una fontana e si lascia spruzzare dall'acqua, la vedo mentre prende due rotoli di carta igienica e la chiave della stanza, mentre compra in una bancarella un bikini a triangolo che non metterà mai, mentre confessa i suoi peccati in un caffè all'aperto, mentre cammina al buio a piedi nudi in spiaggia, sempre con l'amica.
tanto, ormai. tanto vale alimentare la leggenda, si dicono ridendo, lei e l'amica.
la vedo mentre beve il vino bianco nel gazebo sulla spiaggia. la vedo a spasso in un giardino all'italiana. la vedo mangiare nel cortile di un palazzo, in una trattoria scovata da R&V, la vedo salvare la vita alle scarpe di cuoio del vicemaestro minacciate da un prolasso di crema pasticcera.
la vedo, che non le viene da vomitare, nella strada tutta curve. per la prima e unica volta in vita sua, non le viene da vomitare. maledizione.
stasera mi manca tantissimo, quella ragazza, ma è lontana anni luce da qui. però ne ho trovata un'altra, a tenermi un po' di compagnia.
I put it all away / holding it down for a rainy day / but wouldn't that day will come / I need love
una tipa carina.
indossa un vestito color salmone, e basta. ride forte e scherza. ha un'amica di fianco alla quale dice cose stupide nell'orecchio, dice cose stupide, e se ne frega.
fuori è molto caldo.
la vedo mentre si avvicina a una fontana e si lascia spruzzare dall'acqua, la vedo mentre prende due rotoli di carta igienica e la chiave della stanza, mentre compra in una bancarella un bikini a triangolo che non metterà mai, mentre confessa i suoi peccati in un caffè all'aperto, mentre cammina al buio a piedi nudi in spiaggia, sempre con l'amica.
tanto, ormai. tanto vale alimentare la leggenda, si dicono ridendo, lei e l'amica.
la vedo mentre beve il vino bianco nel gazebo sulla spiaggia. la vedo a spasso in un giardino all'italiana. la vedo mangiare nel cortile di un palazzo, in una trattoria scovata da R&V, la vedo salvare la vita alle scarpe di cuoio del vicemaestro minacciate da un prolasso di crema pasticcera.
la vedo, che non le viene da vomitare, nella strada tutta curve. per la prima e unica volta in vita sua, non le viene da vomitare. maledizione.
stasera mi manca tantissimo, quella ragazza, ma è lontana anni luce da qui. però ne ho trovata un'altra, a tenermi un po' di compagnia.
I put it all away / holding it down for a rainy day / but wouldn't that day will come / I need love
domenica 8 gennaio 2012
Siamo qui.
Alla fine, quando stiamo raschiando il fondo del bicchiere col cucchiaio, mentre il fungo radioattivo ci scalda solo un po' e la folla dei saldisti della domenica ci avviluppa e i miei figli, RodolfoValentino e Guanciabella, sono dentro il bar a pagare, alla fine glielo dico.
"Ballerina, devo dirtelo. Tu sei qui a mangiare la cioccolata con la panna e pensi di avere a che fare con una persona normale - insomma, quasi. Tu mi racconti cos'hai fatto l'ultimo dell'anno, io ti racconto che mi sono addormentata sul divano, tu mi racconti le cantate e le bevute di Lumacalandia, io ti racconto le novità del lavoro, ma è tutto un inganno, perché io sembro una persona normale ma non lo sono, vedi, vesto i figli, scherzo e gioco con loro, vado al nuovo lavoro, torno a casa e faccio da mangiare, pulisco la casa, vado a vedere come stanno i miei, accompagno uno a piscina, stiro le camicie del marito, e intanto penso, intanto penso che fino a febbraio non canteremo, e che mancano ancora tre settimane, domani è il nove e per arrivare al trentuno ne mancano... ne mancano... ventidue... e poi s'inventerà che le donne fanno solo una prova a settimana, se va bene... e io non ce la faccio... guarda cosa mi porto dietro nella borsa, vedi? il programma dei concerti di dicembre. Ce l'ho qui piegato, così quando apro la borsa lo vedo e mi tiro un po' su. Ecco, te l'ho detto."
La Ballerina mi guarda senza battere ciglio. "Vuoi vedere cos'ho io, nella borsa?", mi fa. Apre una delle lampo del borsello e tira fuori un foglio piegato in quattro.
L'elenco dei coristi dell'ultimo concerto che abbiamo fatto, quello a S.G.
L'elenco dei coristi con le cancellature e le aggiunte dell'ultimo minuto, quello che la Ballerina ha letto sul pullmann prima di partire.
Ok, se c'è un medico dei matti, uno di quelli bravi, che per caso legge questo post, beh.
Noi siamo qui.
"Ballerina, devo dirtelo. Tu sei qui a mangiare la cioccolata con la panna e pensi di avere a che fare con una persona normale - insomma, quasi. Tu mi racconti cos'hai fatto l'ultimo dell'anno, io ti racconto che mi sono addormentata sul divano, tu mi racconti le cantate e le bevute di Lumacalandia, io ti racconto le novità del lavoro, ma è tutto un inganno, perché io sembro una persona normale ma non lo sono, vedi, vesto i figli, scherzo e gioco con loro, vado al nuovo lavoro, torno a casa e faccio da mangiare, pulisco la casa, vado a vedere come stanno i miei, accompagno uno a piscina, stiro le camicie del marito, e intanto penso, intanto penso che fino a febbraio non canteremo, e che mancano ancora tre settimane, domani è il nove e per arrivare al trentuno ne mancano... ne mancano... ventidue... e poi s'inventerà che le donne fanno solo una prova a settimana, se va bene... e io non ce la faccio... guarda cosa mi porto dietro nella borsa, vedi? il programma dei concerti di dicembre. Ce l'ho qui piegato, così quando apro la borsa lo vedo e mi tiro un po' su. Ecco, te l'ho detto."
La Ballerina mi guarda senza battere ciglio. "Vuoi vedere cos'ho io, nella borsa?", mi fa. Apre una delle lampo del borsello e tira fuori un foglio piegato in quattro.
L'elenco dei coristi dell'ultimo concerto che abbiamo fatto, quello a S.G.
L'elenco dei coristi con le cancellature e le aggiunte dell'ultimo minuto, quello che la Ballerina ha letto sul pullmann prima di partire.
Ok, se c'è un medico dei matti, uno di quelli bravi, che per caso legge questo post, beh.
Noi siamo qui.
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venerdì 30 dicembre 2011
La nostalgia è per i dilettanti.
Come al solito: cosa mi è piaciuto.
Mi è piaciuto cantare in carcere, stare chiusa dentro un pomeriggio e guardare in faccia gli uomini e le donne che dentro ci passano i mesi e gli anni. Il signore così vecchio da sembrare mio padre e la ragazzina così giovane, ma così giovane da poter essere mia figlia; la donna che faceva cenno alla guardia di dover andare ad allattare, il gruppo di ragazzi che facevano il tifo da stadio e un uomo, immobile e impassibile, ma con la faccia così segnata che a un certo punto ho capito che si era commosso, perché gli si erano scurite le ombre sul viso.
Anche se le guardie carcerarie hanno sbagliato, perché prima non volevano far entrare il Maraschino perché non era sull'elenco, poi non si sono accorti che avrebbero dovuto tenerlo dentro e l'hanno fatto uscire.
Distratti.
Sventati.
Mi è piaciuta la rassegna in chiesa, perché essenzialmente quando M.o Ad è di buonumore mi piace cantare qualsiasi cosa, ovunque, anche senza motivo. Quindi non m'importa se decide, putacaso, di piazzare il duetto buffo dei gatti accanto alla fuga della Petite o il Carnevale di Venezia gomito a gomito con l'Inflammatus. Mi è piaciuto poi accompagnare la Ballerina ad accompagnare il coro BDSG a cena, vedere il M.o Mario far attraversare impunemente la Statale all'ora di punta di sera al buio lontano dalle strisce pedonali a una fiumana di coristi e accompagnatori, con sommo sprezzo del pericolo e quella simpatica tracotanza che tendono a sviluppare la maggior parte dei direttori di coro dopo molti anni di servizio (Trantor, sei avvertita). Mi è piaciuto persino rimanere incastrata - sempre con l'indomita Balle - a fare da cameriera alla cena dopo concerto e distribuire piadine a mani nude ululando a gran voce "ho lavato le mani adesso, ho lavato le mani adesso!". L'understatement è la mia ragione di vita.
Mi è piaciuto arrivare al galoppo al concerto a SPIC, dopo un pomeriggio passato al corso sull'imposta di bollo e le autocertificazioni, con i calzoni (articolo proibitissimo d'ora in poi, mi dicono), il body, la giacca e la collana di perle lunghissima (oddio, lunghissima... diciamo giusta. Diciamo perfetta, anzi). SPIC era straultrarcimegapiena, mi è piaciuta anche la presentatrice tutta ànema e ccòre e la collega dell'anagrafe che mi ha fatto i complimenti e non ci credeva che ero lì a cantare, dopo essere stata con lei tutto il pomeriggio al corso sull'imposta di bollo eccetera eccetera. E mi è piaciuto il rosso, la pizza, il pandoro e il panettone, dopo.
Mi è piaciuto il concerto per la Banca anche se M.o Ad era stanco - ma non si può davvero pretendere che non lo sia mai, con il trascorrere del tempo pare stia diventando un essere umano a tutti gli effetti. Mi sono divertita da morire a Montefiore, con SimonSays che ci aveva caricate tutto baldazoso sulla sua macchina, "facciamo le strade secondarie, passiamo per l'interno così non ci beccano per la storia delle catene", che infatti non ci hanno beccato per la storia delle catene, ma ci ha beccato in pieno una tormenta di neve ed eravamo, appunto, senza catene né gomme termiche, in strade prive di illuminazione e zeppe di simpatici greppi scoscesi ai lati. Mi è piacuto arrivare sana e salva, tirare giù il finestrino per chiedere indicazioni sul teatro e beccare il mio freschissimo ex-dirigente, saltare giù dalla macchina, baciarlo su tutte e due le guance (insomma, adesso che non è più il mio dirigente lo posso fare) e farmi raccontare cosa succede ai musei (insomma, adesso che non è più il mio lavoro lo posso fare senza che mi venga un infarto). Mi è piacuto sguillare sulla neve con gli stivali, cantare in un teatro piccolo come quello della Barbie e, alla fine, mangiare i cioccolatini più buoni del mondo con i complimenti della signora Sindaco.
E' inutile dire che mi è piaciuto cantare al Naima Club. Inutile, ridondante, scontato. Sembrava di essere piombati in un film diretto in tandem da Fellini e Truffaut, con i divanetti, noi stesi ad ascoltare la parte strumentale già vestiti da concerto che sembravamo tutti Humphrey Bogart e Lauren Bacall, il bar, il palco su due livelli, i praticabili impraticabili e soprattutto gli Argentini, che suonavano e cantavano perfettamente a loro agio. Scena che si è ripetuta qualche sera dopo qui da noi, quando le belle bigliettajone (che squadra, eh, Balle? Vabbé, magari io ho poca pazienza con gli utonti più tonti, ma tanto ci sei tu che sei paziente. Vabbè, magari a volte mi perdo qualche pezzo, ma tanto ci sei tu che sei precisa. Ed io che ci sto a fare? beh, arrivo mezz'ora prima e sistemo la location, no???) hanno stipato all'inverosimile la sala ("io devo entrare, sono la proprietaria dell'albergo" - "sì signora, e io sono Ulysses E. Grant..." - "... ma che dice, io sono davvero la proprietaria dell'albergo!") e poi si sono fiondate a cantare come al solito, col trucco volante e un'aggiustatina dell'ultimo minuto ma la soddisfazione di vedere un mare di teste infinito che si muove al ritmo del tango. Compresa la testolina del mio settenne RodolfoValentino che ha nell'ordine: a) distribuito i programmi sulle sedie, b) aiutato in biglietteria, c) ascoltato e guardato tutto il concerto dalla prima fila seduto accanto a due perfetti sconosciuti adulti coi quali ha subito attaccato pezza, d) riconsegnato gli spartiti al M.o Ad a fine concerto con tempismo e savoir faire straordinari, e) presenziato lucidamente alla cena post-concerto sollazzandosi tra i gormiti del vicino di sedia e un paio di tentativi di accoltellare Ad (altro suo vicino di sedia).
E infine devo dire che sì, mi è piaciuto persino cantare a SG assieme al coro BDSG, nella chiesa più fredda dei Sibillini - perché il riscaldamento a pavimento, cari amici BDSG, nelle chiese antiche va acceso un pelino prima, un paio di giorni in anticipo, tipo, altrimenti scalda solo un po' le suole, e basta. Mi è piaicuto anche se ho risposto a una domanda dicendo una bugia (e mi rode, occomemirode), anche se ho dovuto accompagnare zingarelle e mattadori al tamburello ai 200 all'ora, anche se la rosa verde appuntata al petto di alcune coriste a formare la bandiera italiana pareva un cespo di lattuga un po' appassita, anche se dopo la mezzanotte coi vincisgrassi ho bevuto il bianco al posto del rosso.
Anche se era l'ultimo.
Soprattutto perché era l'ultimo.
Nostalgia?
Mah.
La nostalgia è per i dilettanti.
Io, invece, sono una di quelle.
Una di quelle che la nostalgia ce l'ha già prima del primo concerto, al viaggio di andata, mentre fa la valigia per partire, perché pensa che questa cosa bellissima poi finirà.
Dopo poi mi accorgo che non finisce, che resta lì e fa le radici, e ti torna su ogni volta che ascolti - un pezzo del Requiem di Brahms, El ultimo cafè, la fuga dello Stabat...
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